Ho ricordato che, in quel tempo, la poesia e l'arte carducciana si dilatavano nel trionfo, prendendosi allegre vendette delle piccinerie della critica, dell'invidia, della diffidenza, delle stesse lodi lesinate con avara mano e condizionate da riserve infinite. Ma le resistenze erano ancora fortissime; ed è curioso adesso ricordare come, in generale, si negassero al verso del poeta toscano proprio quei pregi che ora maggiormente vi ammiriamo: la agilità magistrale e l'armonia multiforme. Ma che intendevasi allora in Italia per verso «armonioso?» Anche non pochi di quelli stessi che erano propensi ad ammirarlo per vigore di concezione lirica ed altro, lo chiamavano verseggiatore duro, duro, duro!... Poco prima che uscisse la edizione Barbèra, io, avutane licenza dal Carducci, pubblicai l'Idillio maremmano in un giornale bolognese e ai miei lettori domandavo: è duro anche questo?... Certo è che il tema simpatico e le mirabili bellezze dell'Idillio operarono rapidamente molte conversioni; come moltissime, e per ragioni più complesse, dovette poi operarne l'ode alcaica Alla Regina d'Italia.
Il Carducci intanto s'era incaricato di rispondere per conto suo, nell'ode Per le nozze di Cesare Parenzo, a quei molti che altre durezze e asprezze in quel tempo gli rimproveravano.
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I limiti brevi di questo scritto mi hanno obbligato, si capisce, a procedere e ora a fermarmi scartando ricordi innumerevoli e non unicamente interessanti, io credo, per quella facile curiosità dei lettori che ama vedersi rappresentato un uomo celebre anche nei tenui particolari della vita.
Quella di Giosuè Carducci, quando potrà essere narrata in pieno, dovrà riuscire un documento notevolissimo della vita italiana del nostro tempo. E un capitolo molto importante certo dovrebbe essere quello che studiasse i grandi e molteplici influssi che il Carducci effuse dintorno a sè oltre la letteratura e la poesia, sugli uomini che l'avvicinarono. E apparirà questo curioso contrasto: che pochi, discorrendo, forse ebbero mai meno di lui l'aria di voler soverchiare con la propria opinione ed imporla, tanto pareva remissivo e compiacente alle opinioni degli altri. Ma poi, per un'intima vigoria di sentimento e di pensiero che partiva da lui, spesso uno modificava o abbandonava quella opinione sua che era uscita dal dibattito con una facile vittoria; e da ultimo adottava quella che sentiva essere in fondo all'animo del poeta.
Io da Giosuè Carducci troppe cose imparai, perchè potessi qui anche solo enumerarle. Imparai sopratutto il rispetto alla sacra Poesia; non quello che si espande in preziose sentimentalità e si pasce d'infatuazioni orgogliose, ma quello che in faccia alla grandezza dell'Arte ci fa sentire la gravità dei doveri per l'anima nostra e per quella degli altri.
La sua fu una ascensione di oltre quarant'anni, perseverante e gloriosa.
In mezzo ai tanti disinganni che seguirono, tra noi, alle facili speranze, in mezzo a tanti tramonti melanconici che contristarono il nostro cammino, egli mantenne tutte le promesse della sua forte giovinezza, all'Arte e all'Italia.
Questo, Giosuè Carducci non aveva certo bisogno che io ricordassi a lui; ma provo bene io una gioia profonda nel ricordarlo al dolcissimo amico, in questi giorni, abbracciandolo da lontano col desiderio e inchinandomi dinanzi a lui.