Quel dì che Italia al santo

Cenere teco non plori,

Nè la memoria onori

Di chi per lei morì.

Com'era falsa allora la nuova della morte, vero invece e universalmente sentito dovette essere l'accento di quella apostrofe vaticinante la gloria futura del poeta saluzzese, che adesso suonerebbe alquanto stonata e iperbolica.

Quanti cambiamenti, d'allora in poi, nelle opinioni e nel gusto del pubblico italiano! Ma non credo che s'abbia esempio, rimanendo nei limiti del secolo XIX, di una fortuna letteraria più rapidamente declinata di quella di Silvio Pellico. Perchè? Non solamente il fatto si spiega, ma parmi ancora che molte ragioni congeneri si uniscano a prova a renderlo abbastanza chiaro.

I.

Anzi tutto l'opera letteraria di Silvio Pellico non solo non rispose alle speranze, ma riuscì di gran lunga minore di esse.

L'Italia aveva ragione d'aspettarsi moltissimo da chi, non uscito ancora dalla prima giovinezza, aveva già composto la Francesca, l'Eufemio, la Laodomia. Quest'ultima, come è noto, venne soppressa dall'autore malgrado le lodi del Foscolo; ma le lodi vengono da tale giudice che spunta naturale il rammarico per quella soppressione, e spunta insieme il dubbio che Silvio Pellico, mandandola ad effetto, non abbia commesso un grave torto verso l'opera propria. Chi sa! Allora la sua mente era tutta volta all'ideale romantico che sorgeva e accennava a trionfare in Italia; e forse gli piacque di offrire alla nuova scuola la ecatombe di questa tragedia di classico argomento, al quale è probabile che gli amici non avessero fatto troppo buon viso. Chiunque bazzichi nel mondo letterario sa quanto peso abbia per ogni chiesuola, massime se giovane e fervente, la scelta dei soggetti. Meglio per loro, a occhi chiusi, meglio cento volte la Francesca! E il sacrifizio della greca Laodomia fu consumato. Pel Foscolo intanto, che subito alle prime scene dice di aver pianto di commozione, essa dimostrava nel Pellico «un'anima alta, un cuore ardente, un'immaginazione abbondante ed un ingegno insomma che fa sperare moltissimo, appunto perchè sbaglia per troppo ingegno e per ardita imprudenza». E soggiunge nella lettera: «Ti dirò che tu ti mostri poeta anche a chi non vedesse fuor che soli certi bei versi di questa tragedia».

Ma qualunque fosse il valore oggettivo di questo giudizio dell'autore dell'Aiace, certo è che la figura di Silvio Pellico in quel primo periodo della sua vita letteraria si presenta piena di fulgidissime promesse. Tutti lo riconoscono e lo sentono predestinato a cose veramente grandi; e grande e libero è l'orizzonte che si schiude dinanzi a lui.