E trattengo la man che al brando corre;
Credilo, a stento la trattengo!...
Lo stesso dicasi della scena fra Paolo e Francesca nel terzo atto, a cui nuoce qua e là la frase enfatica e il verso deficiente; ma dove scorre una corrente calda di vera passione amorosa a una scioltezza e un abbandono, che i tragici contemporanei del Pellico (il Niccolini compreso) non osarono forse mai.
Chi volesse persuadersi meglio della verità di questo elemento schietto e giovanile che il Pellico portava nella tragedia italiana, potrebbe opportunamente confrontare la sua Francesca con quella di Edoardo Fabbri cesenate, che pure ebbe molti e non immeritati lodatori. Forte ingegno e bel carattere il Fabbri, tutto nutrito del più puro midollo alfieriano, che lo sostenne tanto nelle lettere che nella degnissima vita tutta infiammata d'ardori patriotici! Compose dodici tragedie, tra le quali una Francesca da Rimini, che certamente ha pregi non comuni e la vince su quella del saluzzese, oltre che per la italianità dello stile, per ciò che oggi si chiamerebbe la ricerca dell'ambiente storico. Nella prima scena Francesca veglia sola di notte e ascolta il mare che mugge in gran tempesta:
. . . . . . . . . . . . O Santo,
O Forte, o Sempiterno! Deh, perdona
Ai naviganti e al pellegrin smarrito....
Dal mar, dal ciel, dal tuo sdegno percosso.
Che vale il picciol uom? Di già le stelle
Tramontano fra' nembi e pur non viene