Pietoso il sonno!.... Malatesta è sordo
A rimorsi, a procelle,... io veglio e peno!....
Dunque han pace i tiranni, e l'innocenza
Ognor geme?
Quando sopraggiunge la cognata Ricciarda e gli annunzia che Paolo, creduto morto, è tornato e l'ha visto, Francesca grida:
. . . . . . . . . . . . . Fugga,
Si salvi, se talor dorme il tiranno,
Tirannìa va d'intorno e non chiude occhio.
Ma in sostanza, questo tiranno o questa tirannia pesano su tutta la tragedia come una cappa di piombo. Dei momenti, a giudicarla dai discorsi, Francesca piuttosto che una moglie che si tormenta per un affetto colpevole, fa pensare a una principessa romagnola del Dugento, che trami contro il marito e apparecchi un colpo di Stato; in molti punti il dramma amoroso minaccia di convertirsi in una congiura politica, sempre contro il tiranno. Costui poi non è solamente un mostro di crudeltà, ma se ne vanta e c'insiste sopra come per tema che il pubblico non lo sappia abbastanza. Onde accade che non solamente ogni spirito di pietosa poesia dantesca viene escluso dalla tragedia del Fabbri, ma anche ogni senso di umana simpatia ne è quasi eliminato. I personaggi, uomini e donne, parlano in un medesimo stile sincopato e sentenzioso, che ferma e spezza e dissolve l'emozione del lettore. Ed è peccato veramente, perchè in quei rari punti ove il Fabbri alquanto s'abbandona, si capisce subito che la vena dei sensi altamente umani non era scarsa in lui. Alla troppo famosa apostrofe all'Italia, che il Pellico pone in bocca a Paolo, parmi che si contrappongano efficacemente questi versi messi in bocca dal Fabbri a Paolo stesso:
Patria per me? qual nome! all'infelice