Cui vien rapita ogni cosa diletta,

All'infelice cui la speme anch'essa

Fallì per sempre, è ricordanza amara

Di patria ragionar. Sta nella patria

Ogni ben degli umani! Io non ho al mondo

Che i mali miei!...

Ebbe anche il Fabbri la buona idea di convertire in scena finale della tragedia la lettura degli amori di Ginevra e di Lancillotto, durante la quale Giovanni li sorprende e li trafigge; ma l'azione ha da prima tanto divagato per avvolgimenti poco omogenei, che l'idea del «fato amoroso» la quale avrebbe dovuto intensamente dominare tutta la tragedia, è presso che smarrita nell'animo degli spettatori; onde avviene che quella scena finale vien fuori come un accidente sinistro in cui i due amanti sono all'improviso colti e ammazzati dal tiranno e nulla più. Fatto luttuoso, insomma, che chiude comunque la tragedia; ma non catastrofe vera.

III.

E torniamo a Silvio Pellico. Quale meraviglia se, sopraggiunto il carcere e col carcere le mortali malattie e i mortali abbattimenti e, di conserva, la dissuetudine e l'impossibilità degli ordinati studi e l'ozio forzato e gli stessi faticosi esercizi mnemonici e l'isolamento e la mancanza di consigli e di critiche nel grande e vitale ambiente della pubblicità, quale meraviglia, dico, se nello spirito del prigioniero quel suo nutrimento letterario, già per se scarso, presto venne meno e lo lasciò quasi vuoto ed esausto? Nel rileggere in questi giorni le molte liriche religiose e le Cantiche, che il Pellico compose durante e dopo la sua prigionia, mi si è venuta formando in mente l'idea di una speciale malattia psichica, ch'io chiamerei anemia letteraria. Non è che il poeta sia morto in lui; vive anzi in una specie di anelito incessante, in uno sforzo fervoroso che gli si leva dal fondo dell'anima, e col quale egli vorrebbe toccare un alto segno. Ma egli s'agita un poco e ricasca spossato. Non di rado l'inizio d'un componimento o, come direbbero i musici, lo spunto è felice e si vede che il tema si era presentato, alla prima, dinanzi alla fantasia del poeta con linee vaghe e nuove, con colori freschi e attraenti. Non è bello l'esordio della cantica Tancreda?

E voi pur mie native itale balze