Bevi e gioca, le ore passarono allegramente e non fu più discorso di ritornare se non il giorno dopo. — Intanto Guermanetto seduto sulla spalletta del ponte aspettava. Aspettava silenzioso ed immobile, con gli occhi sempre fermi alla voltata della strada onde doveva spuntare la testa del cavallo d’Andrea. Ma le ore passavano e quella benedetta testa non si vedeva. Venne la fame co’ suoi tormenti; calò la notte colla sua tristezza, il freddo, la stanchezza, il dormiveglia tormentoso, la paura orribile dei morti; sull’alba un pesante acquazzone di maggio lo investì, lo inzuppò, finì d’assiderarlo e d’estenuarlo. Ma Guermanetto fermo al suo posto. Guai a te se ti muovi! gli aveva detto Andrea; ed egli ripensava il volto, l’occhiata e il tono di voce che avevano accompagnato le parole. Si sentiva la forza di morire, non quella di muoversi di lì.... I due amici, ritornando la sera dopo, sul tardi, allegrissimi per il vino bevuto e per i denari vinti, trovarono Guermanetto disteso come un povero cane sulla spalletta del ponte, più morto che vivo. — Lo caricarono attraverso il barroccino, e giunti al Palazzaccio, a stento, con minestre e vino caldo poterono farlo rinvenire.
II.
E con tutto questo egli era sempre povero in canna, mal pagato, mal nutrito e vestito così male che a vederlo faceva compassione.
Suo padre, — Giannone il cenciaiuolo, che camminava dondolandosi dietro il suo asino, a cui confidava ad alta voce tutti i suoi pensieri, — ogni volta che s’imbatteva nel figliuolo per la strada o davanti all’osteria, gli dava del minchione; e ricordandogli i servizi mal pagati e gli ultimi scherni patiti, gli diceva piano: “Imparerai a tue spese, imparerai!„ Il figliuolo scrollava la testa senza rispondere; e Giannone tirava innanzi dondolandosi e ripetendo forte al suo asino: “Te lo dico io, che imparerà a sue spese!„
A ogni modo, il triste fatto che seguì dopo alcun tempo, nessuno lo avrebbe mai preveduto.
Era vecchia lite fra Andrea il mugnaio del Pero e Giacomo il mugnaio della Zena, detto il Signorone. Dapprima fu una quistione di acque; poi col tempo pare che ci si mescolasse anche la donna. Gli amici di qua e di là avevano compita l’opera, e l’odio bolliva oramai dalle due parti maligno e implacabile.
Eravamo nell’estate dell’anno 1849. Per le strade di Bologna, in pieno meriggio, accoltellavano i cittadini come se nulla fosse. Anche fuori per le campagne, e massime nelle grosse borgate più vicine alla città, serpeggiava uno spirito inquieto e torbido. Si sarebbe detto che rincrudiva nella gente una torva propensione ai delitti di sangue, e che ogni uomo il quale avesse avuto un rancore da sfogare e una vendetta da compiere era indotto, in quei giorni, a pensarci più spesso, con stimoli più vivi e con propositi più audaci.
Una sera, in una stanza appartata nell’osteria del Palazzaccio, sedevano intorno alla tavola, dinanzi a un doppio boccale di vino bianco, Andrea, Annibalino e Guermanetto. A quest’ultimo era offerto da bere con insolita frequenza, ed egli, al solito, non si faceva pregare. I due sozi tenevano fra loro un discorso tutto a gergo e a sottintesi, lasciando spesso una frase in tronco, come gente che sa di che si tratta ed è pienamente d’accordo sulla massima. Guermanetto badava a bere e canticchiava un vecchio stornello dei tempi di Napoleone con ritornello di tirolese “alla postigliona„.
Dopo mezz’ora Annibalino augurò la buona notte ed uscì. Andrea, rimasto solo col giovinotto, prese a ragionargli della vecchia ruggine che egli aveva col Signorone; dei gravi torti di questo verso di lui; del bisogno prepotente che sentiva di farglieli scontare di santa ragione. Guermanetto, già un poco brillo, gongolava dentro per l’onore di queste confidenze e, se non lo avesse trattenuto il rispetto, sarebbe saltato al collo del suo interlocutore “....È un Sansone colui!„ disse a un certo punto Andrea, con un accento di rabbia contenuta. “Ma io non ho paura di nessuno al mondo!„ replicò subito Guermanetto; e prese l’aria di uno che si profferisca.
— Nemmeno se ti scontrassi solo con lui?