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Per questo motivo, in ogni pubblicazione del Renan, io ho messo una particolare attenzione a cercare il suo animo e i suoi giudizi intorno al nostro paese; e nelle frequenti pagine meditate ho dovuto sempre riconoscere una concordanza perfetta con le parole vive ricordate da me.
Ernesto Renan fu davvero per tutta la vita un amico d'Italia, ardente e coerente. Le cause di questa amicizia furono molte e complesse; ma mi piace di mettere in prima linea la gratitudine. Fu una gratitudine nata e cresciuta nella più delicata intimità del suo spirito. L'Italia ebbe il singolar merito di comporre per tempo un pericoloso dissidio che era nella sua anima tra l'arida inquisizione del vero e il senso operoso della vita.
Essa intervenne, mediatrice serena, con la rivelazione della Bellezza.
Nella prefazione al volume L'Avenir de la Science, pubblicato solo nel 1890, ma finito di comporre sino dal 1849, egli narra il fatto memorabile e le sue conseguenze.
Era appena uscito da quella grande crise spirituale che l'aveva obbligato a lasciare la Chiesa e a spogliare l'abito da prete. Ne usciva vittorioso ma stanco come un lottatore dall'arena; ne usciva conturbato come colui che, secondo la frase della Bibbia, aveva osato di combattere le battaglie di Dio. La vita intanto si agitava d'intorno a lui; dico la vita politica così sconvolta allora, massime in Francia, in Germania e in Italia, così fervida di promesse, così tenebrosa di minaccie. Il socialismo si accampava per la prima volta nel cuore dell'Europa, non più come un vagheggiamento platonico o come un episodio violento e cieco del popolare disagio, ma come un vero teorema di giustizia che chiedeva il suo adempimento. Il giovane pensatore sentiva tutta questa vita e il doppio bisogno di mescolarsi ad essa e di contenerla nella sua filosofia. Ma, ahimè, quella sua filosofia come era dura e inamabile nella sua forma! E come le sue formule apparivano, per dirla con una frase di Bacone, grandemente impari agli aspetti sottilmente variati e pieghevoli della realtà!
In pochi mesi Renan aveva composto un volume, gravido di dottrina; ma nè Agostino Thierry, nè il De Sacy, nè altri amici autorevoli ebbero coraggio di consigliarne la pubblicazione, tanto li rendeva dubitosi del successo tutta quella aridità e tutta quella pesantezza.
Nella storia letteraria del nostro secolo dovrà dunque essere ricordato questo singolare fenomeno: colui che doveva rivelarsi fra pochi anni il più mirabile artista della prosa moderna, non poteva arrischiarsi a liberare un volume “ancorchè d'argomento vitalissimo„ causa le deficienze del suo stile!
Ciò ricorda un poco il nostro Giordani, confessante a Gino Capponi d'avere per molti anni meditato un libro (Delle lettere e del principe) ma d'aver sempre rinunciato a scriverlo per non so che scrupoli di forma.
Fortunatamente per Renan quello non era un indizio d'importanza: era soltanto una mala impostatura del suo spirito dalla quale sarebbe presto uscito per il beneficio di una seconda evoluzione.