Io non intesi nè d'analizzare nè di giudicare a fondo il Piacere di Gabriele D'Annunzio. Solo ho voluto presentare il romanzo come segnante l'ultimissimo termine di una evoluzione letteraria.
È certo che questo libro comprende e ostenta un fascio luminoso di forze, che la giovinezza dell'autore rende più ammirevoli. Certo è ancora che tutta questa materia inventiva e descrittiva, trattata più oggettivamente da un ingegno sereno, severo, e misurato nella sua potenza, avrebbe dato senz'altro un capolavoro. Ma il guaio sta in questo che qui il lavoro, invece di “vincere la materia„ è come tirato dentro da lei ed improntato dalle sue qualità buone e cattive, belle e brutte, causa probabilmente una specie di ipostàsi artistica la quale confonde e assimila smoderatamente i gusti del romanziere con quelli del suo protagonista. Inevitabile quindi “il doloroso e capzioso artifizio dello stile„ confessato dal D'Annunzio nella prefazione; e in noi lettori una continua alternativa di piacere grande e di stracchezza greve, di ammirazione sincera e di critica dissolvente. Così la sentenza di Seneca riprende un senso strano di attualità. E anche prima che il libro sia finito di leggere, il desiderio della schietta natura e il bisogno d'un'arte più semplice rifioriscono in noi.
ERNESTO RENAN IN ITALIA
Sono passati più che venti anni da quando io giravo per le porticate vie di Bologna con Ernesto Renan; e troppo spesso dimenticavo la mia parte modesta di cicerone per eccitare a discorrere di tante cose quell'uomo ammirabile; e pure io l'ho ancora dinanzi agli occhi quella sua figura di pretoccolo mal vestito da laico. Je suis un curé raté (ha egli scritto) et le costume civile ne me va pas du tout. E lo vedo e l'odo ancora là nella biblioteca del Comune, mentre, curvato sovra un codice del Petrarca, egli mi leggeva e commentava con la sua bella voce il sonetto: Voi che ascoltate in rime sparse il suono...; oppure quando per invito mio montava non senza fatica, piccolo e grasso com'era, lo zoccolo di una antica colonnetta marmorea in Santo Stefano ov'è segnata “la statura di nostro Signore„; ed io dal basso con un tono solenne gli gridavo: — Signor Renan, Gesù Cristo era molto più alto di voi! — Parmi di vederlo ancora sorridere bonariamente a quella mia uscita, accennando di sì col grosso capo.
Che giornate indimenticabili furono quelle per me! Ricordo che allora un grande sconforto nazionale stava sul mio spirito, come una nera nube. Nelle lezioni della storia e in tutto quello che accadeva intorno a noi, parevami di scorgere i segni di una fatalità assai triste, incombente sull'Italia.
A che pro' tanti sforzi per risorgere? La nostra unità nazionale si era compita più per la disgrazia toccata ad altri che per valore e per gloria nostra. Credevamo d'aver rivendicata Roma e avevamo trovato Bisanzio... Inutile illuderci, agitarci, volere. Eravamo un popolo vecchio e stanco, dannato a scontare con una decadenza incurabile il lusso e le colpe di due grandi civiltà.
Sopra tutto quel mio pessimismo passò, come un soffio di salute, la parola di Ernesto Renan. Questo straniero era pieno di fede nel nostro avvenire; questo francese era, più che un ammiratore, un credente entusiasta della terza vita d'Italia. Disperare di essa, per ogni spirito moderno era cecità, per ogni italiano una colpa vile. Le sue parole poi pigliavano materia dalla bellezza, dalla natura, dalla storia, dai monumenti, dai costumi del nostro popolo, dalle piccole scene della vita, dalle usanze domestiche, da tutto; e si alzavano ogni tanto a un calore di eloquenza che mi penetrava e mi trasformava.
Eppure, debbo confessarlo, quando, rimasto solo la sera, io andavo ricordando i discorsi dell'ospite illustre e caro, dal fondo del mio animo riconfortato qualche volta si levava un dubbio. Dovevo io proprio credere sulla parola a quanto mi diceva Ernesto Renan? In tutta quella sua fede, in tutto quel suo entusiasmo per l'Italia e per il suo avvenire, quanta parte doveva attribuirsi alla eccitazione estetica, alla compiacenza e alla simpatia? L'uomo, d'altra parte, era noto per una grande inclinazione (di poi confessata da lui stesso come una debolezza, non saputa mai correggere) a discorrere indovinando, secondando e lusingando amabilmente il segreto pensiero del suo interlocutore...... Dunque dovevo stare in guardia!