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Tutto questo ha costituito un nuovo ordine di fatti umani degni di studio e capaci di rappresentazione. I nuovi uomini, i nuovi tipi, nati dall'arte, dovevano alla loro volta rientrare nell'arte: e questa fu la novissima opera letteraria, specialmente per mezzo del romanzo. Già in alcuni personaggi balzachiani (il visconte di Rastignac, per esempio) senti e vedi degli atteggiamenti e dei propositi mutuati ai personaggi dei poemi di Byron. Un personaggio di Teofilo Gautier nella Mademoiselle de Maupin dice che si sente “un uomo dei tempi omerici„ e tutto il suo essere vuole esemplato sul concetto sereno della vita che scaturiva dall'ideale greco. Tutta la Bohème di Murger, non è che un volontario rifacimento della vita sovra un archetipo d'arte libera e vagabonda. I pittori del Goncourt nella Manette Salomon e quelli di Zola nell'Oeuvre, con tutta la fierezza della loro vita spregiudicata e indipendente, sentono sempre, più o meno, lo studiato e la posa. Un preconcetto estetico, anche nella vita, governa le loro abitudini, inspira i loro discorsi e regola perfino il taglio dei loro abiti e il loro modo di gestire.
E il romanzo contemporaneo sente sempre più forte il bisogno di stringere più da presso questi tipi umani modificati dalle azioni riflesse del pensiero e del sentimento. A pochi giorni d'intervallo Paolo Bourget pubblicava in Francia il suo ultimo romanzo Le Disciple; e in Italia il D'Annunzio pubblicava Il Piacere.
Roberto Greslou, il protagonista del romanzo francese, a forza di profondarsi nella riflessione scientifica arriva come a rifabbricare il proprio io secondo le teorie dell'adattamento e del determinismo materialista; finchè un bel giorno urta furiosamente nella legge morale e rimane disorientato, maledetto, punito.
Andrea Ugenta, il protagonista del romanzo italiano, è un tipo completo di egoista coraggiosamente distillato dalla dilettazione artistica, intese come il vertice trionfante della vita umana. Andrea Ugenta non è altro, in fondo, che il dilettante perfetto, che altra sollecitudine non ha all'infuori del proprio piacere, giustificato e anzi nobilitato dalle peregrine squisitezze della propria cultura. La caldezza del sangue latino e il grande ambiente di Roma aristocratica, in cui vive e opera, danno a questo tipo un carattere quasi neroniano. Per la sua conformazione fisica e per il temperamento egli tiene al tempo stesso del Don Giovanni e del Cherubino. E lo sente e lo dice aperto; e tutti i suoi atti di conquistatore di donne e di gran signore gaudente, sono diretti a fondere i due tipi, emulandoli nelle imprese e portando in ognuna di esse una sincerità istantanea e fittizia, la quale non è, nove volte su dieci, che scatto di nervi, ma che basta per imprimere alle sue parole un accento irresistibile.
Tipo vero, a ogni modo, nel fondo e nella forma. Tra due avventure d'amore, vestendosi per il pranzo, Andrea Ugenta dipinge se stesso: “Ieri una grande scena di passioni, quasi con lacrime; oggi una piccola scena di sensualità. E a me pareva ieri di essere sincero nel sentimento, come io ero dianzi sincero nelle sensazioni. Inoltre, oggi stesso, un'ora prima del bacio d'Elena, io avevo avuto un alto momento lirico con Donna Maria. Di tutto questo non riman traccia. Domani, certo, ricomincerò. Io sono camaleontico, chimerico, incoerente, inconsistente. Qualunque mio sforzo verso l'unità riuscirà sempre vano. Bisogna ormai ch'io mi rassegni. La mia legge è in una parola: nunc. Sia fatta la volontà della legge„.
Triste, non è vero? E come è naturale e come è giusto che in fondo a tutta quella elegante contaminazione della vita Andrea Ugenta finisca per non trovare che vanità, amarezza e afflizione di spirito!
Aggiungete che questo greculo, a forza di tuffarsi e crogiuolarsi nelle iperistesie del suo dilettantismo artistico, riesce alla negazione fondamentale dell'arte, la quale non può avere altra base che la idea genuina e il sentimento schietto della natura. A che lo conduce infatti questo sentimento? Quasi a nulla. Egli non fa che guardare, palpare, analizzare, classificare, discutere; ma la natura gli sfugge sempre! Gli sfugge perchè fra lei e il suo occhio sempre si pone una reminiscenza artistica, che gli smezza la sensazione, gliela fiacca e con la scusa di afforzarla e affinarla gliela imbastardisce. Per ammirare una bella campagna ha bisogno di pensare a un paesaggio di Claudio di Lorena o di Ruisdäel o di Corot; nel gustare una bellezza femminile ha sempre in mente i tondi del Botticelli, i ritratti di Leonardo, di Tiziano, di Lawrence. Lo stesso suo ideale generico dell'arte è incoerente o contraddittorio; perchè, mentre adora le bellezze dei Primitivi, egli poi, delle diverse Rome della storia, predilige la Roma del barocco farraginoso e del nepotismo papale decadente. In sostanza, Andrea Ugenta, con tutta la sua apparente superiorità, non è che un elegante bric-a-brachista, uno di quelli che ogni otto giorni si ammorbano il gusto nel sincretismo artistico delle vendite romane; uno di quelli che pigliano alle sagrestie le pianete e le dalmatiche, i turiboli e le pile dell'acqua santa per affagottare i salotti e ingombrare le stanze da letto con dei goffi anacronismi e delle assimilazioni stridenti.
Anche tutto questo dal D'Annunzio è colto e significato magistralmente dal vero.
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