Pafunzio monta in una barca sul Nilo e torna alla sua lontana Tebaide. Che cosa accade di lui? Gode egli nelle solitudini il frutto della sua opera evangelica? Pur troppo, no. Egli non è più visitato dalle dolci visioni, il suo cuore è arido, la preghiera non lo conforta. Pare che Dio siasi ritirato da lui, mentre il Maligno, a segni manifesti, lo avvolge in un circolo sempre più ristretto e accenna a impadronirsi di lui. Delle torbide apparizioni entrano nella sua cella e occupano le sue notti; e in mezzo a loro vede sempre una figura di donna: Taide!... Mentre essa nella fetida cella, che Pafunzio le ha prescritta come una tomba, sta macerando il proprio corpo, quello stesso corpo suo è sempre dinanzi alla mente del povero solitario pieno di fascini, pieno di tentazioni. Egli ha sempre dinanzi quella goccia di sangue che vide stillare dal suo piccolo piede, là nelle sabbie del deserto; gli par sempre di sentire il fruscìo leggero che faceva la sua veste color di viola, mentre ella si moveva là sul letto del triclinio; nell'aria sente sempre il profumo delicatissimo che vaporava dalla sua bella persona... Misteri della giustizia divina! Egli ha convertita Taide a Cristo e ora Cristo glie la volta contro in tentazione, forse in perdizione dell'anima sua immortale. Ai ribollimenti del sangue e alle suggestioni peccaminose della fantasia s'uniscono dubbi tremendi, che fanno sudar freddo e allibire e fremere di spavento il povero cenobita. Invano egli raddoppia le preghiere, i digiuni, le macerazioni d'ogni genere; invano si raccomanda alle preghiere degli altri solitari. Il desiderio di Taide lo consuma sempre più. Allora egli fugge dalla sua cella e va come uno smarrito vagando notte e giorno per le solitudini, entra nella tomba dei Faraoni, fruga fra le ruine degli antichi templi, sale in cima di una colonna, e fattosi penitente stilita, rimane lassù per dei mesi immobile al sole e alla pioggia. Tutto inutile. Non un'ora della vita egli può cacciare da sè l'immagine e il desiderio tormentoso di quella donna.

Allora egli pronuncia la novissima bestemmia delle anime disperate: Dio lo abbandona al Nemico. E sia; ma almeno Taide deve essere sua, una volta! Non ne ha egli il diritto, se questo è il prezzo della sua eterna dannazione?

In mezzo a questi pensieri gli giunge la notizia: Taide è moribonda! Egli accorre come una belva furente che si vede fuggire la preda da lungo tempo agognata. Nel tacito asilo delle pie donne egli la trova morente, muta, con le mani in croce, coperta d'una bianchissima veste. — Taide! le grida soffocato il monaco; ed ella aprendo l'ultima volta i bellissimi occhi: “Siete voi, mio padre? Vi ricordate dell'acqua di quella sorgente che io bevvi con voi? Quel giorno, o padre mio, io sono nata all'amore... alla vita!„ — Ma Pafunzio le sta sopra con sì orribile viso e la guarda con occhi così cupidi e balenanti di lussuria, che la santa madre Albina ha come la intuizione di quanta bruttura sia in quel momento nell'anima di quell'uomo; e gli intima di allontanarsi. Intanto le altre monache, guardando la faccia di Pafunzio, gridano spaventate: Un vampiro! Un vampiro! — “Il était devenu si hideux, qu'en passant la main sur son visage il sentit sa laideur.

E la storia è finita.

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Ho riassunto, il più brevemente che ho potuto, il nuovo e singolare romanzo di Anatolio France solo per concludere: che diranno i lettori quando sappiano e vedano che questo racconto non solo in embrione, ma nella sua completa ossatura e nella distribuzione di tutte le sue parti importanti, esiste già da ben dieci secoli e si trova nell'opera letteraria di una monaca tedesca del secolo nono?

Entro la badia di Grandersheim in Sassonia (fondata nell'852) visse nella seconda metà del secolo decimo una monaca, la quale, mentre sui baroni e sulle plebi cristiane incombevano i terrori del Mille, si dilettava senza scrupoli a leggere le commedie di Terenzio, a comporne a imitazione e, scrive essa, a emulazione di lui: in emulationem Terentii. Il suo nome ci è pervenuto variamente scritto; ma noi la chiameremo Rosvita, che suona: rosa bianca. Vorremmo ancora conoscere i nomi delle monacelle, che nelle lunghe serate dei rigidi inverni si divertivano a rappresentare le produzioni drammatiche della compagna poetessa; ma non ci sono pervenuti che il nome di Rikkarda, che le fu maestra, e quello di Gerberta, dell'imperial sangue degli Ottoni, in quel tempo badessa a Grandersheim e donna molto famosa per la sua dottrina in tutta l'Allemagna.

La Rosvita compose poemi, commedie e drammi, sempre d'argomento religioso. È sorta naturalmente la domanda se l'opera della monaca sassone abbia, e in qual misura, contribuito alla formazione della drammaturgia sacra e dei Misteri, che assunsero così vasta fioritura presso le nazioni cristiane nel medio evo. Il D'Ancona opina (e credo con buon fondamento) che qui si tratti di un'opera individuale e solitaria, la quale si annoda per conto proprio alla tradizione classica, mentre il Mistero, di fonte popolare, ebbe altri modi di formazione e di svolgimento.

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