Onde gli viene questo suggello individuale così rilevato e riconoscibile? Osservate ancora. Quanto studio non pongono i traduttori a rendere fedelmente tutte le qualità dello stile dei loro poeti! Ciò nondimeno io vorrei mi diceste qual è quella poesia tradotta che farebbe subito correr la mente all'originale, se alcune particolarità accidentali ed estrinseche non lo aiutassero. Le versioni d'Orazio, per citare un esempio, di Giovanni Marchetti, che a mio vedere sono le meglio riuscite, somigliano, sempre per lo stile, a tutte le composizioni originali del poeta sinigalliese e, in particolar modo, alle altre sue versioni d'Anacreonte. — Per converso vediamo Carducci, datosi per più anni tutto alle imitazioni per modo che direste non desideri esso di meglio che tuffarsi e perdersi nell'onda de' suoi adorati classici, come un buddista nel Nirvana, lo vediamo, dico, conservare viva e parlante, quasi suo malgrado, la propria fisonomia di scrittore e di poeta. È dunque mestieri, io ne concludo, che questa fisonomia sia ben sua e ben scolpita e, per intima forza di organismo, ribelle ad ogni alterazione; proprio come certi tipi di famiglia e di razza, che nè il tempo nè il clima nè altre vicende valgono a trasfigurare.

E così si capisce ancora che, con una naturale compagine così salda e resistente, egli non avesse a temer nulla da innesti e connubi e discipline mortificanti. Fu dunque scudiero dei classici, fece per loro la veglia dell'armi e da loro fu battuto cavaliere, ma rimase uomo libero e libero poeta. Il dissidio dell'ideale antico colla vita moderna, vista attraverso il fantasma radioso dell'arte classica e ripercosso potentemente nel suo animo, gli suscitò ispirazioni gagliarde e originali; e già dalle cime di San Miniato al Tedesco calava giù e si spargeva tacitamente per tutta Toscana più d'una strofe in cui, di sotto alle memorie greche e romane, bolliva lo sdegno delle bassezze contemporanee e il desiderio della riscossa. A Firenze, a Pisa, a Livorno quanti giovani ripetevano fremendo le strofe di un classico Brindisi aspettante novi Idi di marzo! E come avidamente bevevano lo sconforto sdegnoso e le speranze del poeta giovinetto proponentesi di non scrivere più versi se non ispirati dalle pugne e dalle vittorie della libertà!


Dopo parecchi anni trascorsi presso che silenziosi, egli fece sentire ancora i suoi canti, ma con modi e toni insoliti. Alcuni degli amici aggrottarono il sopracciglio e brontolarono: — Giosuè piega all'«Apolline cimbro» e si guasta. — Altri, tacendo, aspettavano.

Egli è che pure serbando fede «al buon Virgilio e a Dante» Carducci s'era mescolato alle grandi correnti dell'arte moderna e contemporanea e n'era uscito come buon metallo temprato in acque nuove. Negli sdegni e nelle ironie atroci dei Châtiments di Vittor Hugo egli aveva sentito svegliarsi dentro certa furia archilochea che sonnecchiava in fondo al suo spirito; con Volfango Goethe aveva colte le serene e profonde intuizioni della natura; in Byron, De Musset e gli altri aveva partecipato i brividi e i calori morbosi della passione, già presentiti nei tormenti di Jacopo Ortis, e tutto «l'impeto lagrimoso» della elegia moderna. — Aveva insomma affrettato il passo, s'era slargato e reso più libero e vario nei movimenti, ma era rimasto il Carducci di sempre. La sua italianità o, dirò meglio, la sua toscanità s'erano non solo mantenute, ma anche rafforzate; e correggendo quello, che avea prima di soverchio nella industriosa ricerca delle frasi e dei traslati, egli s'era venuto sempre più accostando e imparentando coi nostri grandi scrittori del Trecento. Di quando in quando uno scambietto e una bizzaria accusano troppo evidentemente la loro origine e fanno parte per sè stessi; non entrano nell'intimo e continuo tessuto del suo stile, ma figurano come sovrapposte che lo chiazzano qua e là bizzarramente. Sono foglie secche e bacche salvatiche impigliatesi ai capelli del poeta, mentre rompeva o attraversava i pruni più densi della Foresta Nera.

E a proposito di imitazione e anche di Foresta Nera va notato un altro fatto particolare. Più a biasimo che a lode pel Carducci è stato detto molte volte che egli ha assaissimo derivato nel suo stile nuovo da Enrico Heine, anzi che ha tentato di diventare addirittura una specie di Heine italiano. Anche su questo dirò schiettamente il mio parere. Non credo che Carducci abbia voluto emulare l'adorabile spigliatezza e l'originalità profonda e viscerale di certe trovate liriche e satiriche del poeta tedesco. Se l'ha voluto, o non c'è riuscito, o io non me ne sono mai accorto. Anzi parmi che le poche volte ch'egli ha tentato d'innestare ne' suoi componimenti un vero concetto e movimento heiniano ne sia uscita una stonatura o giù di lì; mentre poi sono convinto che l'Heine alla sua volta avrebbe dovuto sudare di molte camicie prima di assurgere, come il Nostro, a liriche intere, schiette e continuate senza mischianza di zenzero cinico e satirico, senza brusche fermate ed abili scorciatoie, per la via maestra di Parnaso. — Pure una somiglianza tra Heine e Carducci c'è e molto notevole, ma, più che lo stile, tocca massimamente tutta la loro azione letteraria in Germania e in Italia. Enrico Heine rovesciò nel suo paese la così detta scuola storica, che tentava di rifare il medio evo, rovesciò, per dirla colla parola di Gherardo di Nerval, l'école de fausse sensiblerie des pöètes souèbes, école parassite, mauvaise queue de Goëthe, véritable poesie d'album. Carducci alla sua volta, senza alcun proposito imitativo, ma tratto irresistibilmente dall'indole e dall'educazione sua letteraria e filosofica, armeggiò fin da ragazzo e fece poi impeto grande contro la letteratura storica e cattolica, che in Italia aveva per capo il Manzoni. Heine sbaragliò a fondo i poeti svevi e filistei; i nostri manzoniani certo uscirono malconci dalle scariche in versi e in prosa del fiero assalitore italiano. Heine, e si capisce il perchè, non osò mai alzarsi colle sue ire e co' suoi frizzi più su del piedestallo di porfido ove la venerazione di tutta Germania ha collocato il busto di Goethe. Carducci invece mise, è vero, un grande intervallo tra il Manzoni e i manzoniani; ma nel menare i colpi non fu sempre così riguardoso che qualche scheggia e qualche favilla non salisse fino all'autore degli Inni Sacri e della Morale Cattolica. — E anche di questo il perchè si capisce!

IV.

All'illustre Carlo Hillebrand spiace la politica prettamente «giacobina» di parecchie tra le nuove poesie di Carducci e se ne meraviglia e se ne duole e quasi se n'adira. Io non dirò certo che questo giacobinismo sia la miglior cosa nelle poesie del Nostro, anzitutto perchè divido nella maggior parte dei casi la opinione di Goethe «poema politico, poema noioso» e poi perchè la politica di Carducci non è precisamente la mia, eccettuato il puro fondo democratico in cui ci troviamo tutti d'accordo quanti siamo in Italia di parte liberale.

Insieme all'Hillebrand hanno mosso censura al Carducci de' suoi giudizi politici molti, che li trovarono ingiusti, violenti e anche mostruosi. Fra gli altri il Guerzoni a cui atrocemente rispose il poeta, ed io, che allora non potevo dimenticarmi che scrivevo nelle colonne d'un giornale politico da me diretto.[19] Non avviso qui nè a contraddirmi nè a scusarmi: aggiungo solo che, considerata colle ragioni dell'arte, la politica ebbe il gran merito di schiudere al nostro poeta orizzonti nuovi e rianimare e ringiovanire in lui l'ispirazione, che, senza questo soffio potente, minacciava di annuvolarsi e, chi sa? fors'anco d'impicciolire e di perdersi. Infatti a un certo periodo della sua vita (lo nota anche il Chiarini) chi legge alcuni componimenti carducciani, come le rime tristissime in morte del fratello e l'altra canzone intitolata Congedo che chiude col verso:

Torniam fra l'ombre a disperar per sempre,