vede, o pargli, che un senso profondo di scoramento cupo invade l'anima del poeta; uno di quegli scoramenti a cui per solito succede la disperazione o il tedio estenuante. In altri termini il Carducci a un dato punto della vita s'è trovato, egli e l'arte sua, sul pendio sdrucciolo di un leopardianismo riflesso, rimasticato e pochissimo promettente, perchè, a non esser ciechi, bisogna accorgersi che proseguendo ancora di qualche passo sulla via del pessimismo di Giacomo Leopardi s'arriva al muro o al deserto. Ma la politica entrò probabilmente per molta parte a salvare il Carducci dal pericolo. Essa lo tolse all'uggia del pensiero aggrondato e solitario ed è stata (mi si permetta l'immagine) la grande finestra aperta per cui entrarono nell'anima del poeta l'aria e la luce, il fremito sano della vita e delle sue battaglie. Allora, per le recondite affinità che legano tutte le forze della vita nell'io vivente, il sentimento della natura e l'amore si rianimarono e rinvigorirono in lui; e dalla crisalide triste di un Carducci leopardeggiante uscì Enotrio giovane, Enotrio baldo e impetuoso, gittante «il suo vivo cuore» di poeta nell'arena dei forti combattimenti. Abbiamo dunque ragione di saper grado anche alla politica e accettarla, nel poeta, tal quale essa è, senza guardare tanto per il sottile.

Il signor Hillebrand accusa poi di «povertà» l'ideale politico di Carducci. Benedetta questa critica! Io ho sempre pensato che l'ideale di un poeta (dacchè voglio sperare che con questo vocabolo non si continui ancora ad esprimere un vuoto paradigma platonico) non sia in sostanza altro che la realtà stessa, secondo ch'egli, il poeta, la coglie, la fa sua, la innalza e la trasfigura colla potenza della immaginazione e col calore dell'estro. Così parmi che la intendano anche il Goethe e Victor Hugo.[20] Ora, essendo in questi termini la quistione, come può sentenziarsi della povertà o ricchezza dell'ideale d'un poeta così a priori e guardandola per di fuora, senza tener conto dell'attività trasformatrice, che vi ha speso intorno l'artista e degli effetti, che ne ha saputo trarre? Povero l'ideale giacobino del Carducci? Sarà benissimo, ma per Lei, signor Hillebrand, e, se vuole, anche per me. Ma per affermare il medesimo rispetto al Carducci bisognerebbe rifare la prova un poco più sperimentalmente, vale a dire cominciare col provare, per es., che Versaglia non è una bella e terribile poesia; che i ritratti di Marat e di Danton non sono stupende cose. Bisognerebbe provare che la «Santa Repubblica» la quale ci lascia freddi quando la sentiamo invocata su certe gazzette e in certi discorsi, non è un'alta concezione artistica quando il poeta ce la personifica sui colli di Roma, incontro al sole, che declina, tendente le braccia materne al moribondo Goffredo Mameli. — Del resto poi se la politica di Enotrio ha qualche difetto, non in faccia all'arte, ma guardata con altro criterio, non mi pare il luogo questo da dovercene occupare. E non dubiti del resto il signor Hillebrand che Enotrio, se peccato ha, ne viene troppo crudelmente punito da quel sentirsi ogni giorno esaltare (egli così aristocratico in arte) come «poeta della democrazia» in un certo stile e da certa gente, che di vera poesia e di democrazia vera s'intende a un modo. Voglio dire molto poco. Un poeta latino si scusava di certi suoi versicoli tutt'altro che casti proclamando casto l'autore. Questa maniera d'argomento mi è sempre parsa una scappatoia per cansare la questione. Io, per converso, accetto con ammirazione e riconoscenza i bei canti di Carducci e mi guardo dall'entrare nel suo animo e chiedergli conto della sua ammirazione per tutti i personaggi del Terrore, — compreso quel caro «biondino» di Saint-Just. Mancano altri argomenti ed occasioni per combattere le idee politiche d'un galantuomo? Poichè siam nell'arte, restiamoci, per carità! Certi rimescolamenti lasciamoli a certi ipercritici, come il buon Trezza, il quale con tutta sicurezza ci spiega la mediocrità poetica dell'Aleardi col fatto che esso non seguì la scuola di Darwin e non mise in versi «la teorica dell'evoluzione.[21]» E poi dicono di volere abolire il dommatismo!... In Italia queste filosofie strambe dovrebbero essere meno possibili che altrove, poichè qui l'arte, pur rimanendo e movendosi nell'ambiente vivo della storia, mostrò sempre di essere una forza libera nel più nobile, ossia nel più personale senso della parola; e quasi sotto i nostri occhi vedemmo due artisti coetani ed amici, Foscolo e Manzoni, muovere da diversissime anzi duellanti concezioni della vita, del mondo, dell'arte — e riuscire, malgrado ciò, entrambi eccellenti e vitali artisti.

O quando si comincierà per davvero a fare anche fra noi una critica, che chiami pane il pane e (direbbe Giordano Bruno) sanguisughe le sanguisughe?...


Ma, innanzi di chiudere, a me preme fare anche una considerazione. La critica intiera e piena di Carducci, poeta, non è oggi fattibile, e penso che passeranno degli anni parecchi prima che lo sia. Questo accade di lui, come di tutti gli scrittori, per una ragione detta magistralmente da Emilio Zola in un suo scritto recentissimo sui romanzieri francesi:[22] ed è che d'uno scrittore, anche d'altissimo merito, spesso ciò che tocca più vivamente i contemporanei è appunto quello che esso ha di più caduco, vale a dire certe qualità superficiali ed appariscenti della forma, che assiduamente si muta, mentre la sua vera forza e la sua durevole vitalità rimangono nascoste ai più, come l'ossa, i nervi e il sangue nel corpo dell'animale.

Però argomentando o, meglio, congetturando con questo criterio, ch'io credo esattissimo, si può fin d'ora prevedere che certe qualità d'Enotrio Romano, le quali ora di più appassionano il pubblico in suo favore e disfavore, molto perderanno col tempo di colore e di forza: ma l'intimo organismo del suo ingegno, quale si manifesta nelle sue poesie, non solo resisterà al tempo, ma sarà un giorno abbracciato e compreso dalla critica meglio che oggi non sia. In conseguenza, per uscire un poco dalle generali, crediamo che siano per cadere presto nella bolgia dei luoghi comuni parecchie predilezioni e movenze nello stile, parecchie imagini e sentimenti ai quali adesso Carducci deve parte della sua popolarità. Al contrario, quando l'opera sua sarà riguardata un po' più da lungi, nella vasta e tranquilla prospettiva della storia letteraria, egli sarà giudicato con equo giudizio come un artista che difetti, forse non piccoli, riscattò con pregi certo eminenti; primo dei quali sarà ritenuto l'impulso vigoroso, ch'egli potè dare alla poesia italiana perchè si rimetta nella via regia delle sue naturali e gloriose tradizioni, senza per questo rannicchiarsi in sè medesima e sequestrarsi dall'ambiente della cultura universale, che è omai condizione di vita per ogni arte come per ogni scienza.

Ma v'è da aggiungere una ragione più speciale per il Carducci. Alla pienezza del giudizio intorno all'opera sua gioverà di certo moltissimo anche l'essersi col tempo smorzati o spenti del tutto gli effetti, che alcune qualità meramente soggettive del poeta producono ora nella maggior parte dei suoi lettori. Così le «eterne risse» che gli tempestarono nell'animo, note oramai in Italia anche ai «cipressetti di Bolgheri» e che gli proruppero spesso in veemenze ed esagerazioni turbanti le serene armonie dell'arte, in avvenire saranno pacatamente e imparzialmente studiate come elementi preziosi coi quali integrare il giudizio del poeta e dell'epoca sua. E intanto a me, che ammiro in Carducci l'artista e stimo l'uomo, fa grande contentezza il vedere com'egli si vada sempre meglio apparecchiando a questo futuro sindacato con grande alacrità di propositi e vera nobiltà d'intendimenti. — Già da qualche tempo la nota del poeta ci suona da più alte cime, ove l'aria è più luminosa e purgata dai vapori delle valli, e sono certo ch'egli non è sordo ad una voce interna che gli grida: «più in alto, più in alto ancora!» — Onde accade che, mentre in Italia è un continuo e melanconico spettacolo d'artisti, che mentono alle speranze da loro suscitate con esordi felici, l'autorità di Carducci si mantiene intera e l'aspettazione pubblica si va anzi accrescendo, avvegnachè il periodo della sua operosa e virile giovinezza non accenni per nulla a chiudersi, ma sia ancora pieno di promesse nuove, di cui tutti attendiamo con fede l'adempimento.

MASSIMO D'AZEGLIO («I MIEI RICORDI»)