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L'episodio della rivoluzione francese, il vigoroso espandersi della giovane civiltà americana, tutta materialità di lavoro e di dominio; e quanto di babelico e di pauroso si agita nei tempi moderni, è pure descritto in questo metro in forma efficacissima, con un tono più da veggente antico che da poeta modernissimo. È un componimento che Victor Hugo, credo, non isdegnerebbe.
IV.
Da ultimo noterò come in questo grosso volume di liriche non possa non destare ammirazione (in mezzo ai difetti del tempo, dello scrittore e dell'uomo) la stragrande varietà di argomenti dai quali il poeta ha saputo attingere ispirazione. Non vi è tasto nella immensa armonia delle cose, ch'egli non abbia toccato, traendone suoni quasi sempre originali: l'amore in tutte le sue forme più nobili e commoventi; la religione ne' suoi misteri di gioia e di terrore e perfino nelle pratiche sue più minute e più bigotte; il patriottismo, dall'inno a Dio Sabahot all'inno per la guardia civica; la natura infine con tutti gli aspetti, gli elementi, i fenomeni suoi grandi e piccoli.
Il Tommaseo era un ingegno mobile, inquieto, cercatore e, in mezzo alla sottomissione della fede, audacissimo. — All'arte egli non riconosceva limiti prescritti se non dalla stessa legittima potenza dello spirito inventore. — Questa inquietudine di ricerche è continua in tutti i suoi scritti d'arte, e dà al suo discorso e alle sue idee un ondeggiamento vago, singolarissimo. È acuto spesso e peregrino nelle minuzie; talvolta impedito da scrupoli e pedanterie quando parrebbe sul punto di liberarsi a grandi voli.
Ma l'animo aveva sempre al grande e al nuovo. E gli passavano per la mente delle strane visioni che allargavano a un tratto smisuratamente l'usuale campo dell'arte, testimonianza non dubbia che era in lui un estro originale e potente, da circostanze peculiari condannato spesso ad una dormiveglia penosa. — Un giorno a Venezia, persuaso di esser vicinissimo a morte, scriveva al Capponi dando conto di certi suoi manoscritti:
... «Seguono alcuni studi grammaticali; un discorso sul ritmo latente della lingua italiana, e sulla potenza del numero: una proposta di riforma ortografica, che designando con picciol segno la c, la g, la s, la z dolcemente pronunziate, dalle altre, renderebbe inutile tutti gli acca e molti i: farebbe il leggere più agevole, più spedito lo scrivere. E perchè i sogni confondono le grandi alle piccole cose, sognavo una visione intitolata gli Spiriti, dove rappresentare varii ordini d'intelligenze superiori all'umana, che si servono de' mondi, come l'uomo si serve delle sue dita, e con quelli operano nello spazio immenso, secondo i disegni di Dio. A quest'ultimo lavoro la scienza umana è ancora immatura: ma le scoperte astronomiche dall'un lato, e dall'altro lo studio sulle tradizioni orientali, su certe parole della Bibbia incomensurabilmente profonde, potrebbero farne scusabile l'ardimento. Ma quando io avessi ancora vent'anni chi sa se di tanti sogni potrei degnamente avverarne pur uno? Sento l'ingegno e l'animo venir meno: la mia ignoranza l'imperizia, l'indegnità mi spaventano. Meglio morire.»
Singolare mescolanza di grammatico e di poeta, conservata financo nelle preoccupazioni supreme della vita.
Bisogna convenirne: questi neo-romantici avevano un vastissimo orizzonte tutto popolato di ideali, che (da parte adesso la questione del loro valore filosofico) somministravano una molto più numerosa e svariata materia d'arte, che noi non abbiamo. A noi quell'orizzonte si va sempre più rinchiudendo e ogni anno che passa togliamo una corda alla nostra vecchia cetra.
Quali corde sapemmo noi sostituire? A momenti la lirica vera è ridotta al paesaggio, popolato di qualche monologo sentimentale o filosofico. Io temo forte che il Carducci abbia parlato da profeta vero, facendo paurosi vaticini sull'avvenire della lirica...