Invece il Giusti, mercè un animo singolarmente fatto e un ingegno davvero privilegiato, seppe, come poeta, trarre grandissima utilità da questa sua solitudine.
Dagli scrittori italiani suoi coetanei ed amici egli derivò di seconda mano quel tanto che gli abbisognava della cultura generale del suo tempo, mentre poi le grandi e feconde agitazioni degli spiriti moderni nell'arte e nella vita egli intuiva e sentiva in se stesso senza bisogno di dichiararlo e senza aiuto di teoriche trascendenti il giro abituale delle sue idee. Ma appena egli si lascia un poco andare a certe forme ondeggianti e vaghe, che sono forza e debolezza dell'arte moderna, come gli avvenne nella poesia Il sospiro dell'anima, ecco ch'egli entra subito in diffidenza di sè, sorride cogli amici di questo suo tema aereo, e lo chiama un effetto del contagio che corre e s'affretta a rincasare; proprio come la sua chiocciola, salvo che non è sua dimora un breve guscio ma un palazzo pieno d'aria, di luce e d'incanti.
E di qui la originalità, lasciatemi dire, incomparabile di Giuseppe Giusti. Il frequente ricorrere nelle sue lettere e nei versi dell'epiteto paesano sintetizza quella sua particolare indole d'uomo e d'artista. Quell'epiteto, voi sentite che egli se lo ripete e se lo gusta dentro con una compiacenza che tiene a un tempo dell'orgoglio e della voluttà. «Mi sento paesano, paesano!» — Ed è davvero in tutto e sempre: nei vari aspetti della vita, negli usi, nei gusti, nelle idee e nelle aspirazioni. Tutta quella forza d'ingegno e di volontà che gli altri scrittori mettono a slargarsi nelle relazioni esteriori, egli lo spende a raccogliersi e internarsi in quello che egli chiama «il mio me» scavando, scavando in quel suo naturale italico e toscano fino a toccarne le più intime e vitali strutture: e tal volta vi riesce al punto che una vera e nuova e grande poesia — fusa di lirica e di satira — esce da quel suo lavoro solitario e in apparenza così semplice e piano. E allora, o signori, il Giusti poeta vi sta dinanzi come l'ultimo grande autoctona di questa terra saturnia, ove l'ingegno parve piovere a torrenti insieme alla luce del sole, destinato a resistere a tutte le malignità del tempo e attraversare incolume tutte le vicende della storia.
Il più bel segno estrinseco di questa profonda e squisita italianità del Giusti voi l'avete nella sua lingua: così ricca, così varia, così pieghevole a tutti gli atteggiamenti del pensiero e, sieno pur novi e balzani, così agile a seguire e secondare tutti i salti dell'estro, e sopra tutto intinta di un sapore così naturale e casalingo che incantò fino i toscani suoi coetanei, a moltissimi dei quali parve la scoperta di un tesoro domestico indegnamente obliato e sperso fra le ferraglie e i mobili disusati.
Pei non toscani fu addirittura una rivelazione. Man mano che le poesie del nostro serpeggiavano da un capo all'altro della penisola, passando di soppiatto d'una in altra casa, d'uno in altro lettore, gli italiani acquistavano, riflessa e provata, la coscienza, che prima avevano un po' in confuso, di possedere una lingua non ricca solamente di ricchezze potenziali ed astratte, chiusa nei vocabolari come certe essenze nei barattoli del farmacista, ma ricca di ricchezza viva, spicciola e corrente: una lingua con cui potevano tutto significare in modo pronto, preciso ed efficacissimo, senza bisogno di storcere una frase francese o del dialetto a desinenze toscane. Fu quindi il Giusti, se non principio, certo spinta vigorosa ad una reazione salutare. E se oggi nei libri, nelle tribune e persino (chi lo avrebbe preveduto?) nei giornali, si scuopre un miglioramento innegabile quanto alla maniera di scrivere, e se appare negli italiani un certo studio a riconquistare e adoperare, fra l'arcaismo e il neologismo, una lingua vivente e nazionale, è giustizia riconoscere che questo lieto prodigio è opera in buona parte di Giuseppe Giusti divenuto il più popolare dei poeti italiani, i cui versi letti, studiati, mandati a memoria si convertirono in prontuario di modi italiani ed aiutarono a risvegliare ed acuire nel popolo il senso della sua bella lingua, che per molte cagioni e circostanze aveva dentro addormentato ed ottuso.
II.
Ma io spero che voi non vi aspettiate da me un vero e proprio studio letterario intorno a Giuseppe Giusti, che mi porterebbe in lungo chi sa quanto. La presenza del suo simulacro mi richiama a tutto l'uomo, e il carattere di queste feste mi trae ad altro ordine di pensieri.
Nel Giusti l'animo fu pari alla mente, e il cittadino pari al poeta. — Il titolo di poeta civile che molti oggi hanno «al sommo della bocca» si conviene davvero a costui che da un alto proponimento di patriotismo attinse l'ispirazione della massima parte de' suoi versi. E come l'effetto corrispondesse alla intenzione, molti di voi possono ancora ricordare: e quando alcuni miei amici si divertono a predicare che l'arte non agisce sulle condizioni morali del proprio tempo, ma ne subisce passiva e indifferente l'essere e l'andare, davvero mi sembra che essi non abbiano buon giuoco colle dimostrazioni continue ed evidenti della storia. — A ogni modo l'Austria che sopprimeva il Conciliatore, e le polizie dei governi e governini che perseguitavano le poesie del Giusti come il più pernicioso dei contrabbandi, avranno sempre (mi spiace a confermarlo) un peso grandissimo in questa questione d'arte!
La satira, quando non è che personale e particolare, è quasi sempre opera labile e caduca; e anche quando splendano in lei vivissimi i pregi dell'arte, il tempo va dintorno con la force. — Però guardate: scomparvero il Toscano Morfeo, il Rogantino di Modena, Re Bomba; mutarono panni o se li barattarono, Girella, Becero, Gingillino, Chilosca, il martire di Rimini e tanti altri tipi veri e viventi che nel Giusti svegliarono il riso e lo sdegno: ma la sua satira resta e resterà perchè egli la attinse da un fondo schiettamente umano ed universale, perchè non erano sua musa nè la rabbia vendicatrice di Archiloco, nè le arguzie facete e vuote del Pananti, ma traeva il mesto riso da nobile sdegno e l'ingegno temperava nelle pure onde della carità.
Carità di patria sopratutto; e questa non provava solamente coi versi. La vita pubblica del nostro (se si può dire che n'avesse una, tanto poca era in lui la smania di farsi avanti) ci dà quel tipo di buon cittadino che pone a massima direttiva della propria condotta, dovere i gusti e le opinioni dei privati sottomettersi a' bisogni veri e variabili del paese — non questi a quelli. E però noi lo vediamo esordire giovane entusiasta lanciando i voti del cuore e i canti della musa verso un ideale politico che io penso nel fondo dell'anima non abbia mai avuto bisogno di sconfessare, nè mai sconfessato. Ma come vide le fortune d'Italia volgere ad altro segno ed improntarsi ad altre necessità, egli non esitò a dare la più intima e cara parte di sè stesso in olocausto alla patria; non esitò perfino a benedire ciò ch'egli aveva in altro tempo maledetto. — Ottimo modello di cittadino questo, o signori: ma non facile ad imitare perchè per solito poco fortunato! E al Giusti non vennero risparmiate amarezze pel suo generoso peccato, e non mancò chi lo chiamasse cattivo italiano, uomo voltabile e da poco. Egli se ne consolò coi ricordi di Dante, il vicin suo grande. Se ne consolò, in mezzo ai rovesci del 48 e 49, rifugiandosi nella intatta coscienza che gli permetteva di piangere senza rimorso e, levati gli occhi in volto alla madre Italia, gli dava il diritto di volgerle un canto di commiserazione.