Mano non porsi a stringerti

Nuova e peggior catena.

Grande conforto, o Signori, poter ripetere a sè stesso tali versi, in quei giorni, fra gli smarrimenti della democrazia e i bestiali furori della repressione!

Ma non bastò. Aggiungendosi ai dolori fisici le sofferenze morali, Giuseppe Giusti dovette soccombere nel 1850 mentre la reazione infieriva su tutta Europa e specialmente in Italia, quando egli aveva varcato di poco i 40 anni e tanta parte di vita, di lavoro, di gloria poteva ancora schiudersi innanzi a lui. Ora pensate, o signori: l'Italia, nel cui avvenire il poeta morente aveva guardato con tanto sconforto, dopo pochi anni si trovava pronta per un moto di redenzione più compiuta e durevole, e sbrattava per sempre tutto quel mondo di birri, di spie e di censori contro cui il Giusti aveva liberati i dardi più fieri della sua farétra. Il 1859 lo avrebbe trovato quasi giovane ancora, nel pieno vigore dell'animo, mescolato ai nostri grandi rivolgimenti, e oggi, invece di starci innanzi nella apoteosi d'un monumento, egli avrebbe potuto da una vecchiaia serena e gloriosa guardare, con noi, sorridendo del suo riso arguto e buono, alla patria ricostituita e a questo suo incamminarsi tra fidente e pensosa per le vie dell'avvenire.

Quali sarebbero oggi, se il domandare non è temerario, i pensieri del poeta cittadino?... Che direbbe ora del popolo italiano, egli che in uno slancio di lirico ottimismo, trent'anni or sono, lo vedeva già perfetto, come Michelangelo le sue statue entro la bozza greggia del marmo, e lo salutava con quella affettuosa apostrofe:

O popol vero, o d'opre e di costume

Specchio a tutte le plebi in tutti i tempi,

Levati in alto?...

Il suo marmo è muto, ed egli, il poeta, dal regno delle ombre non ci risponderà! — Ma noi prendiamo conforto a sperare che i buoni germi sparsi da lui col verso intemerato e colla vita degna del verso, non siano tutti in vano, se Italia si ricorda di Lui, se l'onora d'un monumento, se intorno a questo monumento spende tutte le sue cure il gentile paese che nel suo nome si esalta, mostrando d'essere penetrato della verità che, se l'aver dati i natali ad un uomo grande e benemerito è mero favor di fortuna, l'onorarlo nobilmente vuol dire che di quella grandezza e benemerenza anche il paese è degno di partecipare.

Pindaro nella quarta Olimpica ha cantato: quando quei di Rodi inalzarono una statua a Minerva, la dea fece cader nell'isola una pioggia d'oro. — Accolga Monsummano il gentile augurio che in questo mito si nasconde, e intanto s'allegri nella certezza, che quando una prossima generazione futura eserciterà un sindacato molto severo su tanti monumenti che noi, con questa smania di glorificazioni dubbie o premature, abbiamo innalzati, dinanzi a questo s'inchinerà e farà plauso, perchè con esso viene onorato un grande spirito ed un nobile cuore.