1879.


Letto in pubblico e per la vastità del tema brevissimo, (avevo i minuti severamente contati dalla Commissione) questo discorso nell'animo mio era già destinato a rimanere per sempre nell'oscurità in mezzo agli altri miei fatti in «occasioni» consimili. È una mia consuetudine e, direi quasi, un voto da cui non mi sono mai dipartito, nè anche in circostanze nelle quali erano di mezzo ragioni di cortesia, di convenienza e quasi di dovere.

Ma questo discorso era nato, si vede, con in fronte il mistico tau della pubblicità. — Che giova nella fata dar di cozzo? — Eccolo dunque il mio discorso quindici giorni dopo stampato sul Fanfulla della Domenica, e indi a poco esaminato, censurato, direi quasi torturato nel Preludio da un valoroso scolaro di Giosuè Carducci, il signor Filippo Bizzi che ha, mi dicono, chiuso di recente il suo corso filologico all'università con un lungo e bello studio intorno al poeta monsummanese.

Poichè nella sua critica il signor Bizzi ammette pel mio sul Giusti le attenuanti dei soliti discorsi inaugurali, parmi che la maggior parte degli appunti che seguono a quella dichiarazione sia, non dirò già superflua o vana, ma alquanto fuori di posto. — E mi domando ancora qual ragione possa averlo mosso a così particolare e severa disamina.

Non è, spero, colpa mia se il nostro è il secolo dei monumenti e dei centenari. Può il sig. Bizzi citarmi un esempio, un esempio solo di un discorso (e n'abbiamo tanti anche recentissimi) fatto in circostanze analoghe al mio ove l'oratore non siasi circoscritto ad enumerare con devota cura i pregi del personaggio in quel giorno celebrato, rimettendo ad altro luogo e ed altro tempo le censure? Ricorda i discorsi per le feste di Dante? E per quelle di Boccaccio? E quelle di Beccaria e di tanti altri? Perchè solo nelle feste di Giuseppe Giusti gli oratori avrebbero dovuto mettere il cipiglio e collocare nei due piatti della bilancia il pro e il contro, badando a non tacer nessuna, proprio nessuna delle severe e minuziose ragioni della critica?

E saprebbe dirmi il perchè di questo peculiare trattamento di rigore da lui domandato per il poeta toscano?

Avrebbe avuto ragione il signor Bizzi se, abbandonandomi all'impeto del panegirico, io avessi oltrepassato ogni misurato confine nel lodare, e imitato quei predicatori di campagna che il giorno del Santo, non solo fanno di lui il modello completo d'ogni virtù morale e taumaturgica, ma al suo confronto vogliono abbassati tutti gli altri santi dell'olimpo cristiano.

Ha il mio breve discorso questa enfasi strabocchevole ed esclusiva di lodi?

Francamente non credo. Anzi qua e là, tra le righe e nelle righe, la critica vi fa capolino: come quando noto nel Giusti il concetto ch'egli aveva della coltura contemporanea universale, il suo giudizio leggero su Victor Hugo ecc. — Aggiungo bensì che in questa solitudine, la quale per sè sola lo avrebbe imparentato coi conservatori pedanti, Giuseppe Giusti, mercè la forza dell'ingegno, riuscì a raggiungere un tipo suo di poeta e di scrittore, ch'io non ho saputo definire che nell'aspetto di una rigida e spiccata italianità, un'indole «paesana, paesana» come non si scorge in altro grande poeta e prosatore italiano di questo secolo, eccetto forse Pietro Giordani.