Non mi passò poi nè anche per la mente di voler abbassare, al confronto del Giusti, Foscolo, Monti, Niccolini nè, in genere, i nostri migliori poeti della prima metà di questo secolo, come pare me ne faccia colpa il signor Bizzi. E basta, parmi, leggere senza prevenzione il passo del mio discorso che si riferisce a loro. Non dico io chiaro e tondo che i riflessi della coltura europea sulla italiana erano una necessità storica irrecusabile e che, a seconda dell'ingegno e dell'animo, gli autori o piegarono a servili imitazioni o ne trassero argomento a più larghe concezioni e rappresentazioni d'arte? — Pel solo Guerrazzi adopero parole che accennano a censura, perchè il Guerrazzi non mi piaceva gran fatto nemmeno vent'anni fa quando, in piena letteratura romantica e militante, i miei giovani amici s'arroventavano l'animo sulle pagine generose e barocche dell'Assedio di Firenze. Barocche, per nove decimi, mi parevano allora e paiono anche adesso. Ma appena adombrando questa mia opinione, ho io nel discorso adoperato forma irriverente verso quell'illustre italiano?

In sostanza al signor Bizzi è spiacciuto il mio discorso per il molto bene che in esso dico del Giusti e per le molte cose che non dico. — Quanto alle prima parte è pura e semplice questione di gusto, intorno a cui è difficile discutere. Io penso che chi ha scritto le ottave del Sant'Ambrogio, La terra dei morti, L'incoronazione, Il Gingillino e La Chiocciola era un poeta che di grandissimo intervallo si levava sulle mediocrità; dirò anzi addirittura un grande poeta. Penso ch'egli abbia dato forme e intonazioni nuove alla poesia italiana preziosissime, efficacissime. Quella «fusione di satira e di lirica» a cui accenno di volo nel discorso, è opera (non me lo negherà forse il Bizzi) non mai tentata dai nostri poeti moderni; e non fu solo tentata ma riuscì splendidamente a Giuseppe Giusti, il quale non aveva letto l'Heine e forse non lo conosceva neppur di nome. Non avesse fatto altro, come può il sig. Bizzi lagnarsi di me se (lasciando anche da parte le convenienze inaugurali di cui ho detto sopra) non l'ho chiamato scrittore di piccola mente col Tommaseo? Ma si sente proprio, il sig. Bizzi, l'animo di ripetere oggi la sentenza tommaseana? Ma egli allora potrebbe fare opera compita di coraggio! Ripetere cioè e far sue anche le male parole che la bile cattolico-letteraria dettava a quel bravo e iracondo dalmata contro Ugo Foscolo e contro Giacomo Leopardi!...

Il signor Bizzi (e me l'aspettavo) ha tirato fuori il commento di Carducci alle ormai famose chicche manzoniane. Intorno a queste chicche e al commento dirò, come soglio, l'animo mio aperto. — Io ho più volte letto attentamente la prima lettera di Alessandro Manzoni a Giuseppe Giusti e tanto nel suo insieme come nel paragrafo delle chicche non mi è mai riuscito di scorgervi il più piccolo cenno di restrizione alle lodi amplissime, che il gran lombardo (Carducci dice il gran fornaio) tributa con vera abbondanza di cuore alle prime poesie giustiane.

Il Manzoni dichiara al Giusti ch'egli, a colpo sicuro, riconoscerebbe le sue poesie anche se gli pervenissero senza il nome dell'autore, perchè «son chicche che non possono essere fatte che in Toscana, e, in Toscana, che da Lei; giacchè se ci fosse pure quello capace di far così bene imitando non gli verrebbe in mente d'imitare. Costumi e oggetti, realtà e fantasie, tutto dipinto; pensieri finissimi che vengono via naturalmente etc. etc.»

Lo ripeto; o in me si è talmente oscurato ogni senso critico che non so più rilevare il significato d'un discorso qualunque, o queste del Manzoni al Giusti sono lodi piene e superlative, senza alcun senso o sottinteso di eccezione. La originalità — massimo argomento d'elogio per un poeta — vi è significata pel Giusti in termini che niuno potrebbe desiderare più chiari ed assoluti.

Evidentemente la parola chicche è messa lì come un leggero traslato molto proprio allo stile familiare d'una lettera, naturalissimo nel Manzoni che usava di mettere una punta di facezia anche nelle cose più seriamente pensate. Chiamò chicche, ma chicche inimitabili, le poesie del Giusti, in quella stessa guisa ch'egli avrebbe potuto dire, accennando una coppa d'argento stupendamente lavorata: «sono gingilli che solamente Benvenuto saprebbe cesellare.»

1880.

EMILIO ZOLA GIACINTA di L. Capuana]