Questo procedimento è governato tanto nel Flaubert che nello Zola da due istinti potentissimi, che sono: una ricerca coraggiosa e sistematica delle deformità sociali, e una predilezione per analisi, intrecci e quadri da cui vapori uno spirito acuto e frequente di voluttà sensuale. Il Flaubert ha confinato l'amore in un angolo oscuro della scena; lo Zola addirittura lo ha bandito per sempre; l'uno e l'altro mettendo in suo posto le misteriose gestazioni della fantasia sotto gli eccitamenti immediati ed esclusivi del tatto, dell'udito e della vista, i languori e i fervori della carne e infine quel famoso «odore della donna» onde sono così fortemente e abilmente aromatizzati i loro volumi.
Ho detto che tutto questo hanno posto in luogo dell'amore. Ma essi, o per essi i loro fautori, ci rispondono che per l'appunto in ciò solo l'amore consiste, tutto il resto non essendo che finzione di fantasie romantiche da cui è tempo che si liberi il cervello umano. Darà il cervello umano ragione a questi suoi novi medici? Staremo a vedere. — Io intanto credo che qualunque altra faccia di originalità voluta riconoscere in questo nuovo tipo di romanzo dagli ammiratori o non esiste affatto o è scambiata per errore con alcune qualità meramente soggettive dei due artisti e, appunto perchè soggettive, non traducibili mai in canoni d'arte generale.
Anzi, se ben si osserva, con l'analisi di queste qualità soggettive si spiegano poi le differenze notevoli che stanno fra il Flaubert e lo Zola e mettono, per così dire, in salvo, se non la intima originalità, almeno la personalità di ognuno dei due.
Per esempio Emilio Zola, dipintore minuto e audace quanto il Flaubert, lo vince della mano nella forza che spende a dare un completo rilievo a tutte indifferentemente le parti di una scena; anzi direste ch'egli sovente più gli oggetti scemano d'importanza più vi spenda intorno le carezze del suo pennello fiammingo; più l'argomento è scabroso per crude nudità ed esalazioni ingrate, più egli rinforzi il vigore delle frasi, procacciando evidenze meravigliose, onde nessuno dei vostri cinque sensi perda un briciolo della sensazione che gli spetta. — Chi direbbe che il gusto morboso di queste descrizioni entra per molto nel grandissimo successo di curiosità ottenuto dai romanzi dello Zola? Eppure la cosa non va altrimenti! Dopo cinquant'anni di «governo sentimentale» il pubblico parigino e, per consenso naturale, un certo pubblico di tutta Europa ha dato ragione a Carlo Baudelaire, quando avvisava gli scrittori che oramai a questo pubblico non bisognava più «offrire delicati profumi ma immondizie preparate con molta cura.»
Escluso rigorosamente dalle rappresentazioni della vita ogni elemento fantastico, ridotto l'amore alla voluttà, sfatata e bandita ogni forma d'ideale classico e romantico, il racconto era per necessità condannato a correre serrato e monotono come una via chiusa fra due alte muraglie. Ma ecco che la descrizione allora piglia sul romanzo un sopravento tirannico: si svolge in mille forme, serpeggia in mille giri, va e viene con moto incessante, costretta com'è a riempire tutti i vani, a dissimulare tutti gli indugi e le intermittenze del dramma, a costo anche d'essere importuna. L'impresa diviene per conseguenza assai ardua dal lato della forma; e lo stilista bisogna che si batta i fianchi e metta in giuoco tutte le sue forze e i suoi espedienti. — Emilio Zola in queste continue lotte colla aridità e colle ripetizioni è addirittura mirabile: il suo stile si presta ad ogni maniera di evidenza mentale e materiale; i contorni d'ogni sua rappresentazione egli ve li pone dinanzi agli occhi netti, limpidi, rilevati e quasi allungate la mano per toccarli... Ma intanto questo sforzo erculeo non mai interrotto stilla a poco a poco nell'organismo dello stile un principio di lassitudine mal dissimulata: la locuzione passa bruscamente dalle crudezze più brutali a certe morbidezze e delicature ricercatissime. Quante volte, in mezzo a delle descrizioni che per la minuziosa ed umile esattezza paiono degli inventari, a un tratto, non c'imbattiamo in periodi come questo: «Le cri montait dans la gloire du soleil dont la pluie d'or battait la vertige de le foule[32]»! Oppure in quadretti lirici così colorati. «La demie sonna. Le balancier avait un battement affaibli, dans cette force du sommeil qui aneantissait la chambre entiere. La veilleuse dormait, les meubles dormaient; sur le guéridon, près d'une lampe éteinte, un ouvrage de femme dormait...»[33] — Per tal modo una specie di animazione antropomorfa prende da sola a compiere l'ufficio di tutti i vecchi tropi, infiltrandosi per tutti i meati del mondo zolesco; ed ecco che un nuovo marivaudage fa capolino dalle pagine di questo realista, di questo naturalista, di questo positivista implacabile.[34]
Allora si levano gli occhi dal libro e si pensa a qualche tiro birbone dei vecchi ideali, a vendetta dei tanti dispregi e delle tante contumelie lanciate loro in viso dalle appendici del Voltaire.
Nei nove romanzi che raccontano la storia de' Rougon-Maquart Emilio Zola ha afferrata una idea semplice e potente; una di quelle idee che possono aprire un nuovo orizzonte all'ingegno inventivo. Voglio alludere al principio della eredità che ormai ha preso un posto così importante nello studio dei fisiologi e accenna a svolgersi in corollari capitalissimi per la biologia universale e per la sociologia. — Come concezione artistica io non esito a chiamarlo il frutto d'una mente poderosa, anche se allo Zola non si voglia attribuire il merito dei primi accenni, poichè in arte il trionfo non è per chi accenna vagamente ma per chi svolge, concreta e completa. — Peccato ch'egli abbia poi così malconcia l'opera sua, riducendola ad una mauvaise plaisenterie (come l'ha definita un critico francese) allorchè ha voluto architettarvi sopra tutta una dottrina scientifico-letteraria che non ha proprio nè capo nè coda! — Ma se i teoremi del Roman experimental, così spostati come sono, slabbrano da tutti i lati e il loro preteso rigore scientifico non regge ad alcun esame di critica positiva, l'idea del romanziere rimane nella sua artistica verità e nel suo ingegnoso svolgimento.
II.
In Italia la storia del romanzo è tutta da fare e riuscirebbe uno studio curiosissimo. I nostri romanzieri, dopo il breve periodo manzoniano, mancando quasi sempre di facoltà inventive, sono venuti foggiandosi sotto il dominio di questo o di quel modello francese, inglese o tedesco; doveva dunque venire la volta anche della imitazione zolesca. — Però è da notare che la si vede qua e là a sprazzi e a spizzichi nell'atteggiamento di alcuni tipi, nel metodo d'alcune descrizioni, nel rilievo più o meno arrischiato che danno alla rappresentazione della voluttà e via via; ma non ancora la si è vista portata e trafusa con gagliardia nel completo organismo di un libro. Si direbbe che anche ad imitare i nostri romanzieri, generalmente parlando, sono fiacchi ed hanno «il fiato corto» come mi diceva sospirando un editore lombardo.
Luigi Capuana per primo, a quanto io so, ha tentato di dare all'Italia un romanzo che rappresenti in veste italiana con vigore e con coraggio il vero processo e gli intendimenti veri della scuola: e mi pare che a questo titolo metta conto d'esaminarlo.