La bella giovinetta ora nella sua stanza dorme o pensa a quanti essa piacque nella giornata e quanti piacquero a lei, mentre il poeta giù nella strada vede splendere traverso le persiane della finestra la sua lampada notturna, il poeta che dispera d'essere tra i ricordati da lei... O che per questo la giornata della fanciulla fu meno allegra e meno lieti sono ora i suoi sogni?... Il carme leopardiano quasi sempre congiunge ad una profonda sincerità morale una contraddizione filosofica, quasi un mendacio. Splendide mendax; perchè ad esso noi dobbiamo gli accordi della più pura ed alta poesia che abbia in questo secolo onorata l'Italia. A me, quando le prime volte mi profondavo nella lettura de' suoi versi, pareva di sentirmi circonfuso da un nembo d'aria luminosa e fragrante: entro quel nembo udivo io bene una voce che cantava melodiosamente tutto essere inganno, miseria e vanità; ma la luce e la fragranza, ma la dolcezza di quella melodia continuavano a deliziarmi; e il senso di quelle parole andava quasi smarrito...

Ma verso la fine quella tal divergenza fra le due linee che ho notata più sopra, dà luogo ad una convergenza rapida e già accennante a completa congiunzione. Il dissidio tra l'arida concezione pessimista e il senso estetico della vita mantenuto per tanti anni dalla esuberante vitalità artistica di Leopardi, si spezza a un tratto come corda troppo lungamente tesa. Il contenuto dei Dialoghi e dei Pensieri si travasa intero negli sciolti e nelle strofe; e abbiamo finalmente un Leopardi logico e intero!

Come un annunzio di questo fatto imminente è la poesia A sè stesso. Nella loro brevità fulminea e nel loro andamento semplice e quasi prosastico questi sedici versi ci scuotono come la rivelazione di tutta una tragedia psicologica precipitante verso la sua catastrofe; ci scuotono e ci piacciono anche perchè spirano un sentimento di prossimo riposo, e riassumono in un rapido sguardo d'addio tutto il poema delle sue illusioni perdute, le belle illusioni che, come una musa velata, inspirarono al poeta i suoi canti:

Or poserai per sempre,

Stanco mio cor. Peri l'inganno estremo,

Ch'eterno io mi credei...

Ma qui ha principio l'agonia della musa di Leopardi. Vi siete mai trovati ad ascoltare un bel coro classico scritto a più parti reali, quando una di esse ha già cominciato a sgarrarla di mezza voce e anche le altre sono tratte istintivamente in una tonalità vacillante e penosa? Effetto consimile producono in me le ultime poesie del nostro. Nella Palinodia a Gino Capponi, in mezzo allo squisito magistero di quegli sciolti, par di sentire una ispirazione satirica che si batte i fianchi per riescire molto faceta e molto mordace, e riesce poco dell'uno e dell'altro. Non vi pare che ci sia più enfasi che estro in quella lunga apostrofe schernitrice della barba con cui conclude il componimento? A me sembra di certo. Non c'è più la signorile e lungamente sostenuta ironia pariniana, e non siamo ancora alla satira spigliata, atroce e debellatrice di Enrico Heine. Quanto alla Ginestra, io l'ho tante volte sentita celebrare come la più perfetta lirica del Leopardi che esiterei nel giudicarla assai diversamente, se non pensassi che parecchi l'avranno creduta tale solo perchè lo scrisse il Giordani, altri perchè è l'ultima e la più lunga. Ma meglio che d'una lirica costantemente sostenuta da un soffio d'ispirazione calda e spontanea, essa m'ha l'aria di lunga querimonia assai meglio pensata che ispirata. Non mancano (qual meraviglia!) immagini peregrine espresse in versi bellissimi, massime nella prima parte; ma proseguendo, il nudo ragionamento piglia troppo il posto dell'estro, e credo che con poche varianti di locuzioni e di traslati, questa poesia si potrebbe ridurre ad un discorso in prosa; in quella prosa mirabilmente precisa, nitida e gelida in cui sono scritti l'Elogio degli uccelli e il Canto del gallo silvestre.

Con ciò s'avrebbe una riprova di questa perfetta fusione compiutasi nell'ultimo periodo di quella vita infelicissima tra lo spirito poetico e lo spirito filosofico di Giacomo Leopardi; fusione che ridusse la poesia ad una specie di tramonto melanconico:

..... A queste piaggie

Venga colui che d'innalzar con lode