..... Or poi ch'a terra

Sparse i regni beati empio costume,

E il viver macro ad altre leggi addisse;

Quando gl'infausti giorni

Virile alma ricusa,

Riede natura e il non suo dardo accusa?

Insomma, la poesia leopardiana in sè e negli effetti suoi per oltre i quattro quinti è tutt'altro che pessimista. La direste invece la espressione di una specie di stoicismo malinconico, fiero e lamentoso, che accoglie in sè e porta all'ultimo grado di amarezza elegiaca tutte le voci di dolore che risuonavano nella letteratura classica da Simonide agli ultimi tempi. L'odio del poeta al mondo, alla vita è l'odio d'un amante sdegnato, non altro; e noi, sotto quelle note che imprecano, sentiamo scorrere l'anelito passionato d'un infelice petto giovanile che nulla meglio bramerebbe di potersi adagiare nella riconciliazione. Che importa se la parte migliore del viver nostro è come il sabato del villaggio che precede un giorno di tristezza e di noia? Questo sabato della vita il Leopardi lo vede così bello fra le sue lagrime che noi non domandiamo di più per vagheggiarlo nei nostri desideri. Che importa se nella notte del dì di festa un triste silenzio succede all'allegro brusìo delle ore vespertine? Anche questa notte nella sua tristezza è bella a contemplare:

Dolce e chiara è la notte e senza vento,

E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti

Posa la luna...