[3]. Vedi a questo proposito gli studi di Ernesto Masi: Storia di Renata d'Este. I Burlamacchi: Zanichelli, Bologna 1876.
[4]. Epître a M. F. Villot, pag. 66.
[5]. La teoria del suono ne' suoi rapporti colla musica, pag. 167. Milano, Fratelli Dumolard, 1875.
[6]. Intorno agli effetti così potenti sul cuore del canto di Guadagni, Farinelli, Pacchierotti ed altri fra i più celebri di quel tempo, abbiamo prove irrecusabili. Non cito che un aneddoto sul Pacchierotti, servendomi delle parole di N. Tommaseo (Il serio nel faceto pag. 118, Ediz. Le Monnier); «Tra le meraviglie di quel canto, narrasi come in un teatro d'Italia la commozione una sera si trasfondesse dagli spettatori nei suonatori stessi, gente indurita per uso alle illusioni sceniche e tutta occupata al suo leggìo e al suo istrumento. I suonatori ristettero. Il cantante, come uccello a cui manchi l'aria e il respiro, si volge al capo d'orchestra, e: Che fate voi? — Piango.»
[7]. «... J'éprouvais une aversion sans cesse grandissante pour le genre qui avait avec l'idéal dont j'étais occupé la ressemblance repoussante du singe avec l'homme...» Epître a M. F. Villot, pag. 12.
[8]. Da questo e non da altro io credo bene attingere. Non sembra che la lettura dei molti e voluminosi scritti di Wagner intorno alla sua estetica musicale rechi grande chiarezza d'idee. Egli stesso ne parla in questi termini: «A la répugnance prononcée que j'ai maintenant à relire mes écrits théoriques, il m'est aisé de réconnaître qu'à l'époque où je les composai j'étais dans une situation d'esprit tout-à-fait anormale...» — Alcuni critici in Germania e fuori hanno assai lavorato di commenti sopra quest'ultima confessione, certo significantissima in bocca al Wagner.
[9]. Ibid., pag. 39.
[10]. Solamente è fatto luogo alle melodie in quei due o tre punti, ove la scena reca che i personaggi cantino. Anche qui, come ognun vede, l'eccezione conferma la regola.
[11]. Ibid., pag. 33.
[12]. Vedono nella musica dell'ultima maniera di Wagner un riflesso della dottrina di Arturo Schopenhauer. — Quanto sia di vero in ciò, io non sono proprio in grado di assicurare. Certo è che non si possono leggere, per esempio, le scene più appassionate del Tristano ed Isotta senza sentirci dentro come un caldo soffio delle dottrine di Schopenhauer intorno all'amore, alla morte e al fine della esistenza: nè si può dissimulare che, traverso tutto il disegno concettuale della Tetralogia, spicca qua e là un concetto chiarissimo. Gli Dei se ne vanno, gli Dei tramontano (Götterdämmerung), dinanzi alla forza sempre ascendente delle umane personalità. Sulla terra altro non resta di sovraumano che l'Amore alle prese anch'egli colla Morte.