— Ah! sempre lui, il mio Otellino! — aveva strillato la donna, — quanto mi piaci! — E gli aveva appiccicato due improvvisi baci sugli occhi ancora minacciosi, sì che lui aveva dovuto chiuderli e ridere.
Così erano arrivati a Buenos Aires. E prima [pg!6] ancora che egli avesse trovato quella tale osteria da rilevare, che facesse al caso suo, gli s'eran messi d'intorno, per naturale gravitazione, cinque o sei storpiati, come lui, non dalla natura, ma dalle più svariate applicazioni meccaniche del genio umano. Questi erano tutti pensionati delle ferrovie, delle compagnie di navigazione, delle assicurazioni, delle società di mutuo soccorso; e così non avevano preoccupazione maggiore di quella del buon vino, e gli promisero di strascinarsi dietro tutti gli storpi della capitale, purchè il vino fosse sincero e l'osteria fosse in qualche modo intitolata a loro.
Per incominciare, l'affare fu giudicato ottimo dall'oculato Otello, e in una notte di veglia febbrile il nome lo trovò: Osteria degli Scampoli. Questa mite ironia senza rimpianto fu approvata alla unanimità: si giudicò incapace di turbare l'allegria e la sete degli avventori, e nel medesimo tempo capace di molto richiamo.
Quando io la vidi per la prima e per l'ultima volta, in quel lontano febbraio, l'Osteria degli Scampoli aveva sei mesi di vita ed era nel suo più bel rigoglio. Dalle otto della mattina alle due della notte la instancabile Bullet ruzzolava dentro e fuori, da una tavola all'altra, pronta a ogni chiamata, con gli occhi e il sorriso sempre [pg!7] dovunque, aiutata appena da un garzoncino di dieci anni, azzoppato, in verità, per il vizio che aveva di stuzzicare la coda dei cavalli del porto, ma reclutato con entusiasmo, come ultima pennellata al suo capolavoro, dal nostro Otello; il quale troneggiava seduto dietro il banco con la sua pipa in bocca per tutte le dieciotto ore che la sua osteria stava aperta. S'era sbiancato, ora, in faccia, e s'era ingrassato a vista d'occhio. Una volta che Bullet gli disse: — Eri più bello prima! — Otello rispose gravemente: — Ogni stato sociale ha la sua estetica, mia cara! Da calafato ero bello perchè somigliavo a un'ascia; ma il capitalista, per esser bello deve assomigliare a un salvadanaio.
Non si muoveva mai dal suo banco, come ho detto, ma soltanto, ogni sabato, andava a depositare al «Banco Español del Rio de la Plata» gli introiti della settimana. Ci andava solo, perchè teneva straordinariamente a bastare a sè stesso in tutto ciò che era amministrazione della sua azienda. A tale scopo aveva imparato a conteggiare e a firmare tenendo la penna con la bocca. Bullet, alle undici precise di ogni sabato mattina gli spegneva la pipa, gli metteva il denaro contato nella tasca interna del panciotto, ben incartato in un pezzo di giornale, gli riabbottonava panciotto e giacca, ed egli [pg!8] usciva per fare sempre a piedi il lunghissimo tragitto che lo divideva dalla famosa esquina delle Banche. Un'ora di andata penosa e circospetta. Un'ora di ritorno tutta fischiettata e cantarellata.
L'aveva sempre passata liscia: non gli era mai toccato nessun incontro; ma in ogni caso, da che aveva perduto le braccia, da buon filosofo che egli era, aveva riposto una fiducia illimitata nella potenza delle sue gambe, e soleva dire: — Io non ho paura: con un calcio ne stendo in terra quattro!
Il sabato, dunque, dalle undici fin verso le due, Bullet rimaneva sola a reggere le sorti dell'azienda, come le diceva Otello prima di uscire agitando paternamente il moncherino. Secondo le prescrizioni, non avrebbe dovuto abbandonare, per nessuna ragione al mondo, il banco, lasciando sbrigare tutto il servizio dal ragazzino zoppo. Ma, aimè! la buona pallottola non comprendeva questi alti precetti: resisteva forse una mezzoretta rigirandosi sulla sedia maritale, come se ci avesse avuto sotto le spine, ma poi, agli insistenti richiami di quei suoi allegri avventori, ruzzolava giù dal suo trono e ricominciava a ballonzolare tra le tavole come al solito, fermandosi ora qua ora là, a chiacchierare e a ridere. Ruzzolava più presto [pg!9] se la chiamava Peppino, e le fermate che faceva alla tavola dov'era lui erano le più lunghe; ma questo non faceva meraviglia a nessuno, perchè Peppino era l'anima, il dio tutelare di quell'osteria.
Arrivava la mattina verso le dieci sopra una comoda poltrona triciclo messa in moto dalle sue braccia, sempre ben vestito, benissimo pettinato, coi baffi irreprensibilmente arricciati e profumati alla violetta, la barba rasata sempre di fresco; dimostrava meno dei trent'anni che aveva, nonostante le proporzioni erculee del suo collo, del suo petto e dei suoi polsi.
La tavola dove si metteva lui in cinque minuti si riempiva di gente. Ne raccontava di storie buffe! Era stato atleta in un circo equestre per dieci anni e aveva visto tanto mondo; e poi faceva certi giuochi di prestigio da rimanere a bocca aperta. Le gambe glie le avevano, niente di meno, mangiate i pesci cani. In mezzo all'Oceano si era gettato in mare dal piroscafo per salvare la figlia di un banchiere italiano che s'era voluta uccidere. Era riuscito miracolosamente a salvare la ragazza, ma lui era stato issato a bordo che pareva una botte sfondata da tanto sangue buttava. Il banchiere l'aveva assistito come un padre. Appena giunti a Buenos Aires gli aveva comprato quella magnifica [pg!10] poltrona triciclo e gli aveva assegnato un mensile vitalizio che gli permetteva di bere vino in bottiglie e giocare ogni sera delle vere sommette. Questo gioco della sera attirava ogni sorta di gente quattrinaia nell'osteria di Otello, e le bottiglie più vecchie si vuotavano a dozzine; e Otello, il cui fiuto finanziario non fallava, se gli avessero ridato le due braccia per portargli via Peppino, avrebbe risposto: No!
Un sabato, dunque, verso il tocco, eravamo una diecina intorno a Peppino fuori dell'osteria; ci raccontava di quando in un cabaret di Parigi aveva vinto mille franchi di scommessa al re Leopoldo stendendosi in terra supino, a dorso nudo, e facendosi salire sul petto quattro ballerine: e v'assicuro che bisognava ridere per forza, a sentirla raccontare da lui. Bullet si doveva tenere addirittura la sua pancetta con le mani.