Ma in mezzo alle risate amiche, si udì una voce secca secca dire: — No puede ser!

Ci rivoltammo; l'interlocutore era sconosciuto a tutti: un basso spagnolo con un lungo soprabito giallo tutto sbrindellato, un largo cappello di paglia annerito dalle intemperie, i piedi calzati stranamente di rosa, piantati con gran fierezza dentro due scarpe di corda. Stava ritto dietro Peppino, con la sigaretta in bocca e le mani in tasca.

[pg!11] — Non può essere! — ripetè col suo pretto accento madrileno — io sono dell'arte, sono atleta anch'io, atleta girovago perchè si sa pur troppo che nel mondo vale la fortuna e non il merito, ma sono uno dei più forti atleti che abbia oggi la Spagna e si sa che la Spagna è la patria dei più forti atleti del mondo. Ebbene, io posso garantire, che nè io nè nessun altro atleta spagnolo può fare un esperimento di questo genere!

Peppino lo guardava più tranquillo di noi, senza ombra di risentimento. Quando ebbe finito, gli disse:

— Qual è il peso più grosso che alzi?

— Il mio peso da un quintale verificato e bollato in dodici concorsi, col quale ho guadagnato le dodici medaglie d'oro d'argento e di bronzo che loro possono ammirare sul mio petto!

E così dicendo lo spagnolo si sbottonò con una sola stratta tutta la sua pelandrana e ci si mostrò in maglia rosa e brachette di raso viola, col petto trasformato in un vero medagliere.

— E dove ce l'hai questo peso? — domandò Peppino.

— Nella mia carrozza! — esclamò lo spagnolo presentandoci con un gesto solenne un [pg!12] orribile carretto a due ruote carico di ogni ben di Dio, cui era attaccato un cavalluccio tutto pelo e ossi.

— Portalo qua.