Lo spagnolo si levò la palandrana, estrasse dal carretto due enormi palle infilate ai capi d'una grossa sbarra di ferro, e venne tentennante ma sorridente a gettarle ai nostri piedi, facendoci balzare tutti sulle sedie per il contraccolpo.
— Fammelo assaggiare, — disse Peppino; e chinandosi sul suo triciclo, e con la destra afferrato nel giusto mezzo il peso, lo tenne per un momento sollevato, con una facilità che preoccupò visibilmente lo spagnolo.
— Se, così come son ridotto, senza gambe, t'alzassi questo peso e te seduto sopra, tutto di forza, senza spinta, perchè ho le spalle appoggiate, ci crederesti allora a quello che ho raccontato?
— Allora sì! — rispose lo spagnolo sorridendo incredulo.
Peppino si levò la giacchetta e la dette in custodia ad un ammiratore vicino, poi si levò anche la camicia e mise al nudo un torso candido e gigantesco come quello di Ercole.
Bullet aveva smesso di ridere per guardare a bocca aperta. A un tratto strillò:
— Che bellezza di bracci, per Diana!
[pg!13] — È un pezzo che non vi sentite stringere la vita! — gridò Peppino, ridendo con tutti i denti. — Dite la verità che n'avete voglia d'una strettarella, eh birbacciona? — E aprendo le braccia: — Volete favorire? Io ci sto di core!
— Se vi sentisse Otello! — si limitò a rispondere Bullet, rimanendo però lì come tenuta dall'incanto di quelle due braccia magnifiche.
— Su! Su! la gran prova! — dicevano gli amici di Peppino.