[pg!88] L'uscio si aprì. Ma nell'istante medesimo l'amico con un magnifico volteggio era sparito oltre il letto, e là, armato d'un cantero pieno fino all'orlo, stava impavido aspettando l'assalto.

Quando vide che io prendevo tranquillamente una sedia e incominciavo con molta gravità ad esporre i fatti, depose il suo cantero, infilò una buffissima tunica cinese, due ciabatte turche, accese una sigaretta egiziana, e m'ascoltò.

Il colloquio durò forse cinquanta minuti come tutti i colloqui storici; ma in poche parole vi dirò tutto.

Quella notte l'avevo passata in piedi. Una notte da Otello. Infatti, alle sei della mattina m'aggiravo già tempestoso attorno alla Torraccia, la quale pareva dormire placidamente sotto la guardia de' suoi tre cipressi che la coprivan tutta ai miei feroci occhi.

Finalmente m'avventai come il toro.

Tenevo stretta in pugno la lettera infame: ero deciso se non proprio a strozzarla, a farle raccomandar ben bene l'anima a Dio.... che n'avrebbe avuto tanto bisogno!

Arrivo a corna sotto.

Porta aperta. E finestre spalancate!

— Ohei! Non c'è nessuno?

Una contadina che stava a far pulizia si sporse dal balconcino di Zita e mi gridò: