Immaginatevi come dovesse esser «montato» lui, l'ispido amico Fico, tirato giù così, a un tratto, senza preavviso da chi sa quale rendez-vous olimpico!
Lo sentii slanciarsi contro la finestra come una iena. Ebbi paura che dicesse davvero.
Zita gracchiava, nascosta dietro il letto. E aveva ragione di crepar di paura, perchè v'assicuro che quel nostro incontro avrebbe fatto paura anche a due guardie di pubblica sicurezza.
Che quadro! Le due candele sul cassettone fumavano al vento e gettavano bagliori sanguigni sui nostri pugnali. Stretti in un orribile abbraccio di morte, rotolammo fuori sul balconcino dicendocene di cotte e di crude.
— Ah vuoi scappare, vigliacco? — rantolai io.
Lui, per tutta risposta, mi porse il barattolo di cui ho parlato più sopra. Io ci intinsi risolutamente [pg!98] il pugnale che ne uscì rosso e gocciolante.
— Zita! — gridò con l'ultimo fil di voce l'amico; e se ne discese comodamente da quell'acrobata che era, giù per quei pioli che avevano servito a me per salire.
— Te l'ho spaccato il cuore, traditore! — gridai io allora, slegando il sacco delle patate.
Mi sentii stretto da due braccia fredde come anguille.
— Tu l'as tué....