— Oh!... non è lo stesso.... Ma passi pure, se vuole....

La seguii per un lungo corridoio finchè entrammo in uno stanzone mezzo buio e mezzo illuminato, talmente zeppo d'ogni qualità di oggetti grandi e piccoli, antichi e moderni, comuni e rari, definibili e indefinibili, che una delle due [pg!104] finestre ne era per tre quarti seppellita, nè si apriva più da chi sa quanti anni, per la fortuna di un esercito di ragni che vi si era sicuramente attendato.

Di dietro a un cassone (sul quale torreggiava una fragile costruzione fatta di tasselli di legno, di stecche da busto, paglie di sigari virginia, molle d'orologio, padelline da candeliere, chiodi, tasti di pianoforte, corde di violino, munita di due grandi ali tese fatte con fil di ottone e pezzi di camìce vecchie) sbucò, al richiamo della bimba, una testa d'uomo.

Aveva.... Ma che serve descriverla? Era la testa di un padreterno; anzi, più precisamente, la testa di un padreterno del Perugino, cioè della più buona pasta di padreterni che i pittori abbian saputo creare.

— In che cosa posso avere l'onore di servirla? — domandò con un altissima intonazione diplomatica l'uomo padreterno. Uscendo di dietro il cassone per venirmi incontro, egli s'avvide di essere in mutande e stringendosi in fretta alla vita il lungo camice cenerino e arrossendo tra il soffice biancore del suo pelame: — Voglia scusarmi, — soggiunse, — l'inventore è un operaio!

— Ah.... perchè Lei.... è inventore?.... Mi rallegro tanto!

[pg!105] — Non lo sapeva?!

— Veramente....

— Allora, perchè è venuto, scusi?

— Per vedere la sua camera ammobiliata.