All'appoggio di principj cotanto sani, Addisson compose in appresso un leggier quadro, ma vago, di un giardino conforme al suo genio, e alla natura. Eccolo. «All'intorno della mia picciola casa ho varj jugeri di terreno, che chiamo il mio giardino, e che un abile giardiniere non saprebbe come chiamare. È desso una confusione, un'intralciata mescolanza di ortaggio, di frutteto, e di giardino a fiori. I miei fiori vi crescono in diverse parti colla più lussuriosa abbondanza, e sono così lontano da preferirne alcuno, che quando ne rincontri ne' campi, e che mi piacciano, fisso a loro subito un posto nel mio giardino. Diversi pezzi di terra sono smaltati di mille differenti colori. Il sol metodo, che seguo, è di radunare nel medesimo sito il prodotto della medesima stagione, affinchè sbucciando tutti nello stesso tempo, compongano un quadro più variato, e ricco. Una consimile irregolarità regna nelle mie piantagioni, che crescono con tutta la selvaggia libertà della natura. È divertente per me di passeggiare in un labirinto, che ho piantato, e di non sapere se il primo albero, che incontrerò, sia un pomo, una quercia, un olmo, od un pero. Il mio verziere ancora ha il suo posto determinato, e sono di sentimento che un verziere è più aggradevole alla vista, che una citroniera, o una serra. Amo vedere ciascheduna cosa nella sua perfezione, e mi compiaccio di più della vista, e dell'odorato delle mie ajuole di cavoli, e di legumi, e d'una infinità d'erbe utili, che vengono a tutta maturità, che di vedere delle piante esotiche, delicate, sforzate da un calore artificiale, tisiche, e languenti in un clima, e in un terreno, che non sono il loro. Nell'alto del mio giardino sgorga un fonte, da cui deriva un ruscelletto, che serve al piacere, ed all'utilità del sito: l'ho talmente diretto, che serpeggia d'intorno a quasi tutte le mie piantagioni; scorre, come farebbe in piena campagna, fra rive coperte di primevere, di amaranti, e di rose, che sembra d'aver egli fatto nascere. Come il mio giardino attira gli uccelli delle campagne all'intorno, offrendo loro dell'acqua, dell'ombra, della solitudine, e de' ricoveri, così non permetto che sieno distrutti i loro nidi, o discacciati dai siti, che frequentano nel tempo della frutta. Amo ancor più avere il mio giardino pieno di merli, che di cerase, e dono volontieri della frutta per sentire il canto. Con questo mezzo godo sempre della musica la più perfetta della stagione; e son ben contento di vedere il capinero, ed il tordo saltellare ne' miei sentieri, e traversar volando i viottoli, ed i siti, ch'io stesso percorro. Tutte le mie opere sono rustiche, come natura, e non affettano punto la delicatezza dell'arte...».
Simili rischiarimenti d'un Addisson sulla disposizione de' giardini, gustati da tanti suoi lettori, eccitare dovevano la nazionale industria; e cominciossi di fatto a porre in opera simiglianti idee.
Il passo più considerabile, che si fece verso i miglioramenti, che ne vennero in seguito, fu d'abbattere i muri, che servivano di confine ai giardini, e di sostituirvi de' fossi vuoti. Questo tentativo sembrò in allora così sorprendente, che il popolo chiamò questi fossi Ah! Ah! per esprimere la sorpresa, che risentiva di vedersi bruscamente arrestato d'una maniera tanto inaspettata. La coltura, e il terreno d'intorno al di là del fosso dovette in appresso fondersi, per dir così, nello stesso quadro del giardino, e questo rimaner libero dall'angustia del luogo, e dalla soverchia sua regolarità, affine di accordarsi meglio col paese all'intorno.
A quest'epoca comparve Kent, uomo d'un genio grande, e d'un gusto delicato, che verso la metà del decorso secolo, poste da banda tutte le antiche regole, sembrò sorger creatore d'una nuova arte di giardini. Abbandonò la regolarità ordinaria, che ben conobbe quanto stancava, ed infastidiva. Osservò che la natura non ama la simmetrìa, che ne' piccoli corpi, e non già ne' larghi tratti di terreno, e ch'essa dissemina nelle sue opere più favorite la varietà, ed un bel disordine. Sentì le impressioni irresistibili, che producono sull'anima gli oggetti grandi, e magici della natura, quando la loro disposizione è libera, ed ardita; e sentì che queste impressioni scuotono, ed occupano assai più, che tutte quelle, che cagionano le picciole costruzioni eleganti. Scelse la linea curva, come la più diversificata; diede a' ruscelli, ed alle acque un corso tortuoso; cavò partito delle eminenze senza spianarle; abbellì i boschi naturali senza distruggerli; antepose un tappeto di verdura ad un terreno sabbiato; praticò una quantità di sfondati seducenti; aprì all'occhio una folla di lontananze; nobilitò i boschetti, collocandovi delle fabbriche; in una parola, Kent trovò l'arte de' giardini ove la cercava, cioè nella natura. I suoi disegni, e piani furono adottati dal gusto de' suoi nazionali con entusiasmo; e l'arte de' giardini progredì in Inghilterra con una rapidità sorprendente verso la sua perfezione dal momento che fu affidata colà al buon metodo. I gran principj di Kent furono la prospettiva, e l'intelligenza del chiaroscuro. Divideva con gruppi d'alberi una pianura troppo semplice, o di troppo estesa, ed ammorzava la sua luce troppo viva colle tinte cariche di piante sempre verdi. Mancando l'orizzonte d'oggetti, onde animarlo, ne ideava degli artefatti, che formassero perspettiva. Le fabbriche, i siti di riposo, i templi erano piuttosto l'opere del suo pennello, che del suo compasso. Kent ebbe de' successori, che trascorsero la strada, ch'egli aveva aperta. Comparvero successivamente de' trattati giudiziosi, ed estesi, consacrati all'arte de' giardini. Fra gli autori, che se ne sono occupati, i più distinti sono Home nella celebre sua opera sopra gli elementi di critica, e Vhately nelle sue osservazioni sopra l'arte de' giardini. Il primo non ne parlò, che in forma di digressione, e per fare delle applicazioni de' principj, che stabilisce. Benchè diverse delle sue proposizioni sieno nuove, e giudiziose, altre però sono compassate con soverchia minuzia sopra principj generali in modo che non sembra potersene far quel conto, che altri hanno preteso. Vhately considerò l'arte de' giardini sotto un punto di vista più vasto ancora; la risguardò come l'arte di abbellire de' paesi interi. Nessuno de' suoi compatriotti prima di lui aveva esaminato questo soggetto con una penetrazione altrettanto viva, ed in una estensione così ardita. La sua critica sul bello è profonda; i suoi principj sono dedotti, e sviluppati ad evidenza: si potrebbe chiamarla la metafisica de' giardini. Ma la metafisica sola soventi volte nuoce al sentimento, ed effettivamente sembra che Vhately lo abbia troppo poco calcolato. Abbiamo in questo genere una folla di scritti, e ne sortono oggigiorno presso le altre nazioni[1].
Chambers, architetto del Re d'Inghilterra, che riunisce ad una vasta erudizione un genio, ed una sensibilità squisita, è quegli che ha data l'ultima mano all'arte de' giardini Inglesi, portandoli, dirò così, all'ultima perfezione, e spingendoli oltre la sfera dell'immaginabile. Al suo ritorno dalla China Chambers aveva osservato che nella sua patria non si osava abbastanza distaccarsi dall'antico stile; che vi si mancava d'invenzione, ed erano soggetti gl'Inglesi a dare nelle stravaganze ogniqualvolta tentavano de' nuovi saggi; vedendo che tutte le belle arti avevano de' maestri, frattanto che quella sola de' giardini rimaneva orfana, e priva di chi ne facesse valere le doti, trovò nel suo spirito, e nella brillante sua immaginazione delle idee, che credeva più convenienti alla natura, ed alla destinazione de' giardini di quelle, che d'ordinario si seguivano; in conseguenza giudicò che siffatte idee ecciterebbero più l'attenzione, e sarebbero state meglio accolte da' suoi compatriotti, se attribuite ad una nazione lontana, che le avesse di già messe in pratica; quindi pubblicò la celebre sua opera intitolata: Dissertation on Oriental Gardening, dove probabilmente semina delle idee Inglesi, e forse le sue in un suol Chinese[2], affine di prestar loro un'apparenza più forte, e di renderle vieppiù seducenti.
DESCRIZIONE DI CHAMBERS DE' GIARDINI DELLA CHINA[3].
La natura è il modello de' Chinesi, e lo scopo loro è d'imitarla. Prima di tutto osservano la forma del terreno, se è piano, o pendente; se vi sono colline, oppure montagne; se egli è esteso, o ristretto; se è asciutto, o paludoso; se abbonda d'acqua, o se ne è privo. Prestano una scrupolosa attenzione a tutte queste circostanze, e scelgono le convenienze, che si confanno meglio alla natura del suolo, che esigono minori spese, coprono i suoi difetti, e maggiormente fanno comparire tutt'i suoi vantaggi.
Il terreno è distribuito in varie scene, e per passaggi tortuosi, aperti nel mezzo de' boschetti, siete condotto ai differenti punti di vista, ciascheduno de' quali è indicato da un sedile, da un edificio, o da qualche altro oggetto.
La perfezione de' loro giardini consiste nel numero, nella bellezza, e nella diversità di queste scene. I giardinieri Chinesi, come i pittori d'Europa, raccolgono dalla natura gli oggetti più aggradevoli, e procurano di combinarli in maniera che non solamente compajano separatamente col maggior lustro, ma altresì che per il loro accozzamento formino un totale piacevole, e che produca grata sensazione.
I loro artisti distinguono tre differenti specie di scene, che le caratterizzano col nome di ridenti, d'orribili, e d'incantate. Quest'ultima denominazione risponde a ciò che si nomina scene di romanzo, nelle quali i nostri Chinesi si servono di diversi artifizj per destare la sorpresa. Talvolta fanno passare sotto terra un fiume, o un rapido torrente, che col suo rumorìo assorda l'orecchio di chi passa, incapace a comprendere d'onde provenga tanto fracasso. Altre volte dispongono le roccie, e le pietre in tal maniera, che il vento passando attraverso gl'interstizj e meati, che per tal effetto vi son praticati, forma de' sibili affatto singolari, e strani. Impiegano in siffatte composizioni le specie più straordinarie d'alberi, di piante, e di fiori; vi ottengono degli echi artificiosi, e complicati, e mantengono colà differenti sorta d'uccelli, e d'animali mostruosi.