Ma, secondo altri, quest'alterazione del fegato avrebbe un'origine più profonda e più grave[IX-1]. Essa proverrebbe, per lo meno in parte, da un serio sconcerto di nutrizione delle cellule epatiche, le quali, sotto l'influenza dell'alcool, non sarebbero più capaci, come nello stato normale, di produrre alte combinazioni organiche, e darebbero origine a combinazioni d'ordine inferiore, quali i grassi. L'alcool assomiglia anche per questa sua azione ai veleni potenti, testè citati, ad es. al fosforo, dei quali, appunto, una delle prime conseguenze è l'estesa degenerazione grassa del fegato.
In un periodo più avanzato dell'alcoolismo sono le alterazioni del connettivo interstiziale che pigliano il sopravvento. Come vedete dalla Fig. 2, questo connettivo aumenta di volume; e, come i suoi strati abbracciano tutt'attorno l'acino, così essi, ingrossandosi e coartandosi, comprimono quest'ultimo, lo impiccioliscono; mentre gli tolgono il nutrimento comprimendo e restringendo i vasi che gli portano il sangue. Ne segue un'atrofia, una distruzione delle cellule proprie, con quale radicale alterazione delle funzioni del fegato è facile immaginare. Questa malattia, che vien detta cirrosi del fegato, è una delle più gravi a cui l'organo possa soggiacere, e, come vedremo, è causa frequente della morte dell'alcoolista.
Fegato di bevitore
Fig. 2. Fegato di bevitore in degenerazione avanzata ( cirrosi ). Gli acini epatici ( bb ) pieni di grasso, sono separati l'uno dall'altro e schiacciati da copioso connettivo interstiziale ( aa ) di nuova formazione.
Nello stomaco vennero constatati fatti simili a quelli presentati dal fegato in conseguenza dell'abuso di alcool. In un primo periodo, tumefazione e degenerazione delle cellule delle ghiandole gastriche[IX-2], di quelle ghiandole, cioè, che fabbricano i succhi digerenti; in un secondo, aumento di volume, iperplasia del connettivo interstiziale; il tutto accompagnato da dilatazione dei vasi sanguigni, da iperemia, che dappertutto suol essere la conseguenza più diretta e più pronta dell'azione del veleno.
Forse con questa doppia azione dell'alcool sulle cellule proprie e sul connettivo interstiziale si potranno spiegare le alterazioni che gli anatomopatologi trovarono in tanti altri organi del beone: le atrofie del cervello e del midollo spinale, e le infiammazioni croniche delle membrane che li ravvolgono: la degenerazione grassa e la cirrosi dei reni; la degenerazione grassa del cuore; la degenerazione ghiandolare e la iperplasia connettiva dell'intestino, e via dicendo. Ma, per ora, su ciò non possiamo dare giudizio sicuro, giacchè dobbiamo pur confessare, che lo studio anatomico dell'alcoolismo non è tanto progredito, quanto la frequenza e la gravità del male richiederebbero.
Vediamo ora quali segni dia di sè, nel vivente, l'alcoolismo. — Con tanta varietà di alterazioni anatomiche è facile prevedere quanto siano svariate anche le forme della malattia. A seconda della quantità e della qualità della bevanda alcoolica usata, della costituzione e dello stato dell'individuo, del clima, di molte circostanze, insomma, interne ed esterne, le sofferenze dei singoli alcoolisti diversificano all'infinito. Ciò non toglie, però, che in un certo numero di casi i fenomeni non sieno press'a poco gli stessi, e si seguano in un determinato ordine, sicchè se ne possa trarre un quadro clinico che può valere come caratteristico dell'avvelenamento da alcool.
Per un certo periodo, la cui durata può variare da mesi ad anni, il beone non prova disturbi degni di nota; apparentemente, anzi, egli si fa più florido. L'ingrassamento difficilmente si può ripetere da una maggior entrata di grasso nell'organismo, poichè gli individui di solito mangiano meno dell'ordinario. Più probabile è che dipenda da un diminuito consumo del grasso già esistente nel corpo, in conseguenza dell'azione dell'alcool, la quale si spiegherebbe appunto, come molte esperienze hanno dimostrato, col limitare la combustione dei materiali ch'entrano a costituire l'organismo.
Ad un certo punto il malato comincia a perdere l'appetito; fa pasti irregolari, e dopo di essi prova allo stomaco un senso di tensione, di peso, di dolore. Alla mattina, senza altra causa, ha spesso vomito di masse di muco. Io voglio insistere su questo fatto, così raro nella vita comune, del vomito mattutino; poichè, siccome esso non è che il primo di una lunga iliade di guai, così dev'essere dal bevitore considerato come il primo araldo della natura medicatrice, che lo avverte del pericolo che corre, e gli dirige un minaccioso nec plus ultra. E talvolta la natura rinforza il suo avvertimento in un modo più visibile, regalando al beone un naso grosso, tuberoso, rosso vivo, percorso da eleganti vene circonvolute, ed umettato da grasso e da sudore.
Ma il più delle volte il peccatore non si corregge, ed allora i sintomi si fanno più gravi. La digestione diviene sempre più difficile, l'infermo non fa che accompagnare di pochi bocconi la sua bevanda prediletta. Comincia un affievolimento e un tremore a piccole scosse ritmiche alle mani ( tremor potatorum ), che poi si estende alle braccia, alle gambe, alle labbra, alla lingua, a tutta la persona: quindi incerta e debole è la presa, vacillante il passo, confusa o quasi inintelligibile la parola. La voce è rauca pel frequente catarro cronico della laringe. Questi fatti sono più spiccati alla mattina a digiuno; bevendo, il tremore diminuisce, ma per poco. Vista intorbidata; veglia ostinata o sonno inquieto, preceduto da formicolìo o stiramento alle gambe, e poi anche alle braccia. Vertigini, confusione nelle idee, affievolimento della memoria e dell'intelligenza.