Ai disordini di motilità, che di raro progrediscono fino alla vera paralisi, si associano ben presto disordini di sensibilità. Talora questa, specialmente alle gambe, è di tal modo aumentata, che anche il toccar leggermente la pelle o il comprimere i muscoli cagiona vivo dolore, senza contare dolori spontanei pungenti, laceranti, frizzanti che tormentano l'infermo, massime di notte, e gli rubano il già scarso sonno. Più di frequente, invece, la sensibilità diminuisce, incominciando dalle dita e venendo all'insù. L'apatia intellettuale è interrotta da allucinazioni di più in più frequenti, vivaci, spesso paurose. Le alterazioni gravi degli organi più importanti hanno per effetto una profonda denutrizione dell'individuo; questo, dapprima florido e grasso, deperisce rapidamente; la pelle si fa inelastica, si accolla ai muscoli ed alle ossa sottoposte, diventa di colore sporco, giallo-verdastro.
Insorgono convulsioni, e queste non di rado fanno passaggio a veri accessi epilettiformi. La vista e l'udito si ottundono ognor più. La debolezza intellettuale cresce a demenza, interrotta ancora tratto tratto da accessi di delirio. E così, o nel più alto grado di marasmo, o in uno stato di collasso, o in un accesso epilettiforme, o per malattie intercorrenti la vita dell'infermo si spegne.
In questo succedersi dei fenomeni dell'alcoolismo i sintomi offerti dal sistema nervoso sono i predominanti; e, considerati nel loro complesso, sono così caratteristici, che non possono di leggieri essere confusi con quelli di malattie nervose cagionate da altro che dall'alcoolismo. Ad essi si aggiungono non di rado dei perturbamenti speciali dell'intelligenza e degli accessi di delirium tremens, di cui avrà occasione di intrattenervi prossimamente il prof. Lombroso.
Andrebbe, però, di molto errato colui, che non riconoscesse i venefici effetti dell'alcool che in questo modo di manifestarsi della malattia. In un numero di casi di gran lunga maggiore l'alcool danneggia poco o nulla il sistema nervoso, e concentra la sua azione sull'uno o sull'altro dei più importanti organi del corpo; sicchè la malattia, a seconda dell'organo colpito, assume diverse forme ed uccide per diversa via.
Talvolta, ad es., appaiono in prima linea le alterazioni del fegato. La cirrosi, di cui v'ho già parlato come di conseguenza frequente dell'avvelenamento alcoolico, è, sotto il punto della guaribilità, una forma morbosa assai più grave di quella testè descritta. Nella forma nervosa, anche quando i fenomeni sono già relativamente avanzati, con un'adatta cura si può avere speranza di guarigione; lo stato dell'intelligenza migliora, i muscoli riprendono, almeno in parte, le loro forze, le funzioni dello stomaco si riordinano, la nutrizione dell'individuo ripiglia vigore. Nella cirrosi del fegato, invece, l'aver constatata la malattia ci permette già di prevedere la inevitabile morte del paziente. Quel connettivo che si forma tra acino ed acino della ghiandola, e che, qualunque cosa si faccia, continua a crescere, a coartarsi e a raggrinzarsi, non solo rovina le cellule proprie della ghiandola, ma, comprimendo i troncolini della vena porta, e rendendovi difficile il passaggio del sangue, dà luogo a gravissimi disturbi circolatori nelle vene, da cui la porta trae origine, cioè nelle vene dello stomaco, dell'intestino, della milza e del peritoneo; ed è in conseguenza di questi disturbi che, di solito, la morte sopravviene.
Altre volte sono i reni che vengono a preferenza colpiti. A questo riguardo è da notare il fatto curioso, che mentre in Inghilterra è frequente l'infiammazione dei reni quale effetto dell'alcoolismo, in Germania ciò sembra molto raro; la qual differenza si vorrebbe spiegare con questo, che in Inghilterra l'alcool vien bevuto sotto quella forma concentratissima ch'è il gin[IX-3]. Sì nella cirrosi epatica, che nell'infiammazione renale gli infermi muoiono di solito fortemente idropici; il che ha dato origine al lugubre detto: qui vivunt in spiritu, in aquis moriuntur.
Una grande importanza nel quadro dell'alcoolismo è da accordare alle alterazioni dei vasi sanguigni, così dei grossi come dei più piccoli. In essi l'alcoolismo è frequentemente causa di una speciale malattia, detta ateroma, per la quale alcune delle tonache del vaso diventano tratto tratto tumide, scabre, meno resistenti, sicchè più facilmente cedono e si rompono sotto la pressione del sangue contenuto nel vaso. Fra le conseguenze di quest'alterazione citerò le due più comunemente note, cioè la formazione e poi la rottura di aneurismi, e l'apoplessia cerebrale; sì quelle che questa, se interessano vasi grossi, danno luogo in non rari casi a morti improvvise, fulminee; quando, a cagion d'esempio, l'individuo, bevendo ad un tratto una forte dose d'alcool, ecciti a contrazioni repentinamente energiche il suo cuore.
Io non posso lasciare quest'argomento senza toccare della profonda denutrizione, cui l'alcoolismo dà luogo. Abbiamo veduto come lo stomaco sia l'organo che, primo, soffre; il beone va sempre assottigliando la quantità dei cibi, e neppur quei pochi ch'egli introduce possono convenientemente venir elaborati ed assorbiti dallo stomaco e dall'intestino, poichè queste parti si trovano in uno stato morboso, cui, anzi, l'irritazione prodotta dalla presenza dei cibi aumenta vieppiù. Lasciamo da parte le conseguenze locali di ciò, cioè i catarri cronici dell'organo, che possono diventar minacciosi per sè soli (dando luogo a formazione di ulceri ed a pericolose emorragie) e che meritano tutta la nostra attenzione per la loro frequenza; poichè insorgono anche pel solo abuso non grande ma abituale del vino. Quante difficoltà di digestione, quanti dolori di stomaco, che si curano inutilmente colle polveri, colle pillole, colle tinture, riconoscono la loro origine in qualche bicchiere di più bevuto nella serata! — Quello che più mi preme di far notare si è l'effetto ultimo di questo stato degli organi digerenti. La scarsità del materiale nutrizio che l'organismo riceve da essi fa sì, che tutte le parti che lo compongono immiseriscano; e questo loro deteriorare è reso più rapido e profondo dall'azione pervertitrice che, come già dissi, l'alcool ha già esercitato sugli elementi microscopici che concorrono a costituirle. Da ciò deve ripetersi specialmente il marasmo che si stabilisce negli alcoolisti, e il loro aspetto miserando. A questo s'aggiunga, che i più piccoli vasi sanguigni, quelli che direttamente distribuiscono l'alimento ai gruppi di elementi, sono del pari probabilmente alterati dall'alcool; in molti di essi si può constatare una degenerazione grassa delle pareti, e forse questo non è che uno stadio avanzato di un processo, che ne' suoi primi periodi è sfuggito sinora alle nostre indagini. Ora, tale alterazione non può che alterare il rapporto fra sangue ed elementi; rendere più scarsa ed irregolare la quantità di nutrimento che questi ricevono. Nè ciò basta. Il cuore negli alcoolisti subisce di frequente la degenerazione grassa, s'indebolisce, e spinge fiaccamente il sangue nei vasi; quindi, rallentamento di circolazione e nuova causa di insufficiente nutrizione degli elementi. Ove si consideri questo complesso di condizioni, e la straordinaria debolezza organica che ne deriva, si comprenderà facilmente come negli alcoolisti valgano a produrre malattie serie delle cause morbigene che avrebbero poca o nessuna influenza su individui robusti; e come in essi ogni processo morboso anche accidentale, come una infiammazione od una ferita, abbia decorso più grave, più facilmente si complichi, e più frequentemente termini in modo funesto. Mi valga ad esempio la pneumonite. Essa insorge di frequente nei bevitori, e vi si complica di solito a delirio ed a suppurazione e gangrena polmonare; cosicchè la mortalità dei malati alcoolisti è del doppio o del triplo più grande di quella dei malati comuni. Fismer in Basilea ebbe persino il 55 per cento di morti[IX-4].
La conclusione di quanto ho esposto finora sui danni fisici prodotti dall'alcool si è evidentemente questa, che quel tipo morboso che è conosciuto sotto il nome di alcoolismo in senso stretto non è che uno dei modi in cui questi danni possono manifestarsi, e che di gran lunga più numerosi sono quei casi di malattia, che non hanno apparentemente nulla di caratteristico, e che, nullameno, in via diretta od indiretta provengono dall'abuso di vino o di liquori. E contuttociò noi non abbiamo studiato la funesta influenza di questo abuso che sotto un solo punto di vista. Non abbiamo toccato delle malattie e dello stato di debolezza che gli ubbriaconi trasmettono ai loro figli, e ancora non abbiamo fatto cenno delle morti dovute sia a disgrazie imputabili allo stato di ubbriachezza, sia al suicidio, che spesso è la via che il beone sceglie per liberarsi dall'indigenza o dalla falsa posizione sociale che il suo vizio gli procura. Allorchè, adunque, si dice, ad es., che in Inghilterra in 28 anni (dal 1847 al 1874) sono morte 22723 persone di alcoolismo, e che in Francia in 13 anni (dal 1853 al 1865) ne sono morte 3554[IX-5] non si dà che una ben pallida idea degli effetti di questo veleno; infatti, non vi vennero calcolati che quegli individui, che durante la vita diedero manifestazioni corrispondenti alla descrizione classica della malattia.
Risultati approssimativamente esatti non si possono avere che calcolando la mortalità e la vita media dei beoni. Il che venne fatto da alcuni scrittori. Così Neison[IX-6] trovò che sopra 6111 bevitori ne erano morti 357, mentre sullo stesso numero di altre persone i morti non erano stati che 110, il che dà nei primi una mortalità 3,25 volte maggiore che nei secondi. Comparando poi la mortalità dei temperanti con quella dei bevitori nei diversi periodi della vita, gli apparve che, mentre la differenza raggiunge il suo massimo fra i 20 ed i 30 anni, giacchè in questo periodo alla morte di un temperante corrisponde quella di più che 5 bevitori, più tardi la differenza gradatamente diminuisce, finchè dopo gli 80 anni scompare; come vien dimostrato dalla seguente tabella: