Ciascuno ha ancora nella mente tutte le cure della vita: difficoltà non risolte, presentimenti di difficoltà che sorgeranno, ricordi di dispiaceri recenti, qualche bella speranza che brilla e s'oscura secondo i momenti, dei timori, qualche astio, quel leggiero sentimento di stanchezza morale, che succede al lavoro affrettato della mente; ciascuno è ancora in uno stato d'animo, in cui ci troviamo tutti, quasi sempre, di aspettazione pensierosa ed inquieta. A un tratto ci spunta nella mente un'idea o un'immagine ridente. Tutti, in simili occasioni, abbiamo potuto cogliere a volo questa prima farfalla annunziatrice dell'ebbrezza, che si spicca quasi all'improvviso dalla mente, e che ci fa dire, dopo il primo bicchiere: Oh! per questa sera, cacciamo via le noie e i pensieri. Spuntata quell'idea, entriamo nel primo periodo, al quale ci dovremmo sempre arrestare. La mente è nel pieno possesso di se stessa; ma con un senso nuovo di freschezza, come dopo un riposo; le cose le si presentano ancora colle loro proporzioni e coi loro colori reali, ma contornate d'un sottilissimo orlo luminoso. Nel campo che il nostro pensiero percorre più frequentemente, che è quello del giorno presente e del giorno venturo, l'ostacolo che poco prima ci pareva insormontabile, ci pare ora che, in qualche modo, si potrebbe girare; certe difficoltà intricate, nasce una speranza lontana di scioglierle; certi dissensi gravi di pareri e di sentimenti, s'intravede vagamente la maniera di conciliarli; confidiamo un po' di più nella fortuna e in noi stessi, ci pare che ricomincieremo la vita meglio disposti e più forti, dopo quello svagamento dello spirito, di cui sentiamo in quel momento che avevamo proprio bisogno. Che c'è, infatti, di più onestamente lecito e di più salutare di quel piccolo sfogo — moderato — di giovialità e di spensieratezza, in mezzo agli amici, dopo molti giorni di lavoro e di cure? Se qualche scoraggiamento ci aveva presi in quel giorno medesimo, se abbiamo diffidato, anche per poco, delle nostre facoltà intellettuali e delle nostre forze fisiche, ora ne sorridiamo. La nostra percezione è così lucida, la parola così facile, la voce così ricca, sentiamo una traspirazione così gradevole, il complesso di tutte le nostre forze così dolcemente fuso, la vita così piena ad un tempo e così leggera! E la conversazione procede mirabilmente. Gli argomenti si succedono, ma ciascun argomento rimane per qualche tempo sul tappeto, discusso con vivacità, ma con ordine. E nessun soggetto di discorso c'è indifferente. Anche nelle questioni più estranee al giro delle nostre cognizioni e dei nostri interessi, ci sentiamo come forzati a intrometterci, e su tutto ci riesce di dire qualche cosa d'ingegnoso, o almeno di sensato e di accettabile. I giudizii contrarii vengono facilmente ad un accomodamento; chi non è persuaso mostra d'esserlo; a ciascuno si consente qualche piccolo trionfo d'amor proprio; e così ciascuno è soddisfatto di sè e degli altri, e quella soddisfazione si traduce in mille piccoli servigi e piccole cortesie premurose ed insolite, che ci usiamo a vicenda. Cominciamo a pensare che, veramente, la compagnia non poteva esser meglio combinata; che non si potevano mettere assieme dei caratteri più armonici. E in quella soddisfazione crescente di tutti, ogni volta che uno si raccoglie un momento in sè, vede tutte le cose sue di mano in mano ordinarsi, chiarirsi, pigliare di più in più il colore dei suoi desiderii: le speranze, ch'erano nel fondo del quadro, vengono innanzi a poco a poco, i dispiaceri retrocedono nell'ombra, tutto ciò che c'è di difficile o di triste nella vita si presenta come di scorcio; tutto gira, si sposta lentamente, si dispone in maniera da offrire un prospetto gradevole, come in uno spettacolo teatrale. E noi ci crediamo pienamente. Una voce intima ha un bel dirci: — È illusione. — Noi rispondiamo: — È realtà. Illusione era il quadro poco consolante che vedevamo poc'anzi, avendo l'animo affaticato o contristato dalla lotta della vita; non quello che vediamo ora, stando quasi fuori della vita, in una regione più alta e più serena. Ora facciamo il proponimento di rimetterci all'opera, il giorno dopo, con più risoluzione e con più coraggio, e ci rappresentiamo già nella mente una nuova vita vigorosa, senza intervalli d'inerzia, piena di emozioni feconde e di disegni arditi, concitata e calda come l'allegrezza che ci ferve d'intorno; e con un sorso del liquore prediletto rinforziamo il nostro proponimento, e lo suggelliamo con un colpo secco del bicchiere sopra la mensa. Improvvisamente — o prima o poi segue sempre — l'effetto del vino pare che cessi d'un colpo. Il vetro rosato a traverso al quale vedevamo il mondo, scompare; tutte le cose ripigliano per un momento il loro aspetto reale, tutti i pensieri molesti ritornano in folla, e ci sentiamo quasi sopraffatti da un senso di sgomento. È questo il punto in cui si vede un commensale, fino allora allegrissimo, chinare la testa e tener l'occhio fisso per qualche tempo sopra il bicchiere, facendolo girare lentamente fra le dita. Ma sono brevi momenti. La nuvola dorata che ci ravvolge, appena squarciata, si richiude; e si squarcierà ancora altre volte, ma saranno squarci sempre più sottili e sempre più prontamente richiusi. Intanto l'ebbrezza monta e si allarga. Qualche punta di pensiero uggioso sornuota ancora qua e là; ma non tarda ad essere sommersa. Le facoltà intellettuali hanno raggiunto la loro massima potenza e sono ancora tutte nel pugno della volontà. Il lavoro della mente si compie con una tale rapidità, che non ne abbiamo quasi coscienza, e ne rimaniamo meravigliati noi stessi. In pochi secondi tentiamo da cento parti un'idea, per trovarne — e la troviamo — quell'unica faccetta che si presta al ridicolo. La botta dell'amico non ci ha ancora toccati, che la risposta ha già colto nel segno. Il pensiero prorompe dalla mente in formole nette e scintillanti, le arguzie felici s'incalzano, l'aneddoto vien via facile e snello, pieno di aggiunte improvvise e di spedienti inaspettati; tutto accompagnato, seguito, musicato, si può dire, da quell'intimo riso giovanile e profondo che ride di sè e del riso altrui, ed è per se stesso una forza comica grande. Nulla ci può più arrestare in quel corso impetuoso d'idee e di parole. L'orizzonte del pensiero si allarga rapidamente, e da tutte le parti ci accorrono nuvoli d'idee e d'immagini; da tutti i ripostigli della mente escono ricordi d'avvenimenti, visi di persone, motti, versi, date, impressioni di letture, radicali dimenticate di lingue straniere, gruppi di reminiscenze lontane che si credevano già morte, lampi che rischiarano vaste regioni del passato. In pochi minuti di silenzio, ci si forma una gran piena nella mente, che trabocca poi per il primo varco aperto in cascate rumorose di periodi, che intronano gli uditori. La mente non sa più se dà o se riceve. Siamo trasportati da un soffio d'ispirazione. Ci pare di non parlar noi, ma di ripetere le parole d'una persona più arguta, più dotta, più faconda di noi, che ci suggerisca precipitosamente nell'orecchio quello che abbiamo da dire. L'ebbrezza cresce a ondate. All'ondata delle celie e degli aneddoti succede l'ondata delle discussioni, un vero pugilato di ragionamento, una manìa di polemica insaziabile: argomentazioni interminabili sull'età dubbia d'un'attrice illustre o sulla sinonimia di due parole; controversie filosofiche sottili, riprese daccapo dieci volte, con una costanza di ferro, nelle quali ciascuno dei controversisti vorrebbe schiattare piuttosto di smetterla il primo; disputazioni sopra soggetti diversi, che s'intersecano da una parte all'altra della tavola, e che si prolungano ancora, quando non è più possibile intendersi a parole, in affermazioni e in negazioni ostinate del capo e della mano; e poi, improvvisamente, una corrente d'ilarità che scompiglia ogni cosa, soffoca tutti i dispetti sul nascere, e mette tutti d'accordo. E allora si solleva e si avanza lentamente la grande ondata dell'amor del prossimo. Chi è contento è benevolo. Siamo diventati ricchi in poche ore, diventiamo prodighi. La bontà che vien su in noi, insieme ai vapori del vino, s'accresce ancora dal riflesso di quella che vediamo brillare sul viso degli altri. Dei presenti non ricordiamo più che le buone qualità, e le dimostrazioni di simpatia e di amicizia che ci diedero altre volte. Degli assenti, non ci si presentano alla mente che le figure simpatiche. Nel nostro cuore si accumulano tesori d'indulgenza. La cortesia s'innalza gradatamente fino alla lode. Cominciamo col fare l'apologia di qualche assente, a cui tutti acconsentono, anche senza conoscerlo. Poi l'affetto insistendo ancora, vinciamo il pudore, e lodiamo i presenti, con parole moderate, ma calde, per debito di giustizia, e c'irritiamo della modestia che si schermisce. Ma questo non basta. Ricorriamo la storia delle nostre amicizie, esageriamo dei servigi che ci sono stati resi, o ne inventiamo, tanto per poter esprimere la nostra gratitudine; disseppelliamo degli antichi torti nostri, da lungo tempo perdonati, tanto per confessarcene di nuovo, per farceli riperdonare una altra volta, per metterci sopra una pietra di più. Pensiamo agli amici lontani, che avevamo scordati da molto tempo, e ci proponiamo di scrivere loro la mattina seguente una lettera affettuosissima, di cui ci suona già nella mente il primo periodo. Pensiamo alle persone con cui abbiamo della ruggine, e decidiamo di andarci a riconciliare il giorno dopo. Non vogliamo che rimanga un'ombra sul bel cielo rosato della nostra vita. L'immaginazione ci presenta il mondo come dovrebb'essere, tutto tolleranza, buon accordo, bontà. Non è così certamente: la ragione ce lo dice ancora. Ma delle virtù ce ne sono, delle sante vite oscure, dei nobili entusiasmi, degli esempi sublimi di generosità e di grandezza. Noi non vediamo tutto. Ma ci sentiamo il cuore abbastanza vasto da contenere mille affetti di più, un tesoro cento volte maggiore d'ammirazioni e d'entusiasmi. E proviamo il bisogno di espandere la nostra benevolenza al di sopra di quei che abbiamo intorno, lontano, sull'umanità sconosciuta, come si prova il bisogno di empire della propria voce una valle vasta e sonora. E a questo punto, nella mente sovreccitata scocca la scintilla della creazione. Al poeta drammatico balenano le somme linee d'un dramma potente, al banchiere l'idea confusa d'una impresa temeraria, all'architetto i contorni grandiosi d'una mole che vincerà i secoli. Ma la conversazione clamorosa rompe il corso delle grandi idee solitarie. I soggetti ordinari non bastano più. Si solleva il discorso ai grandi uomini, ai grandi spettacoli della natura, ai grandi problemi sociali, alla fratellanza dei popoli, all'immensità dello spazio, all'immortalità dello spirito, si misura l'universo a sguardi d'aquila, parlando a frasi di proclama, con gesti imperatorii e accenti di tribuno; non trovando parole abbastanza vaste di senso, epiteti abbastanza iperbolici, inflessioni di voce abbastanza potenti da rispondere alle esigenze impetuose del sentimento che trabocca. Quel cerchio di amici, tra quelle quattro pareti, ci riesce meschino e soffocante. Si avrebbe bisogno di slanciarsi a un terrazzo e di rovesciare un torrente di parole infocate sopra una moltitudine attonita, o di sconvolgere una platea dal palcoscenico con un monologo sublime. E allora ciascuno si sfoga come può: recitando una strofa fulminea d'un grande poeta, imitando il grido d'un artista famoso, sprigionando l'anima in un tentativo di do di petto. Intorno a noi e dentro di noi tutto è mutato, ci corre per le vene un fremito di gioventù, ci vediamo davanti un avvenire sconfinato, ci sentiamo ancora in tempo per l'amore, per la gloria e per la ricchezza, e quando s'urtano tutti i bicchieri, in quell'incrociamento di evviva e di saluti, tutto come ravvolto in un polverìo caldo e luminoso, dove non si vedono che occhi scintillanti e bocche che sorridono — ah! — par che cominci un'êra nuova per il genere umano.

Questi sono gli effetti generali. Ma il vino produce un'ebbrezza diversa, non solo secondo i temperamenti e i caratteri; ma secondo la disposizione d'animo particolare, in cui ci troviamo nel riceverlo. È inutile quindi il citare tutte quelle classificazioni generali dell'ebbrezza, che fecero gli psicologi e gli scrittori faceti. Volendo dare un'idea della varietà degli effetti del vino, bisogna ristringersi a tratteggiare alcuni ritratti, scelti fra quelli di cui s'incontrano più sovente gli originali.

Il tipo più frequente è quello che ha dato origine al detto in vino veritas. La manifestazione, involontaria quasi, dei pensieri più nascosti sotto l'influsso del vino, non deriva che da ciò: che le sensazioni non essendo più in perfetta relazione cogli oggetti esterni, nè le idee colle sensazioni, svanisce la prudenza che nasce dal sentimento di quelle relazioni, e non si obbedisce più nel parlare che la passione predominante del momento. Quasi tutti, nell'ebbrezza, si lasciano sfuggire qualche segreto. Ma è incredibile fino a che punto giungano alcuni, d'indole viva ed aperta, sulla via delle confessioni. Costoro sono presi da un vero furore di sincerità, da un bisogno irresistibile di pubblicare tutte le loro colpe e tutte le loro debolezze. Dotti, si accusano d'ignoranze vergognose; uomini d'affari, confessano atti disonesti, colpe d'intenzione, pensieri vili che hanno avuto in date occasioni, difetti ridicoli, dissensi domestici, intimità coniugali, e persino azioni riprovevoli, che sono in via di commettere, insistendo e accalorandosi per persuadere gli increduli, provocando e riconoscendo meritati i rimproveri, ritornando anzi sulle cose già dette per aggiungervi dei particolari, che le rendon più gravi, — dolendosi in cuor proprio quando pare a loro che la meraviglia dei presenti non corrisponda alla gravità delle loro rivelazioni; — e quando han detto tutto, e si son rovesciati come un guanto, si senton soddisfatti, come se avessero pagato un debito, come contenti d'aver ridato indietro alla gente quella parte di stima che le scroccavano —, e quasi lavati d'ogni colpa dalla loro confessione, in una specie di stato di grazia,

Puri e disposti a salire alle stelle.

A questi fanno contrapposto altri, per lo più d'indole chiusa e circospetta, in cui pare che il vino abbia per principale effetto di innalzare e di fortificare il sentimento della dignità individuale. Costoro hanno il pudore del vino. Diventano diffidenti di sè. Pesano ogni parola, e parlano quanto meno è possibile. La loro ebbrezza è una specie di ruminazione taciturna dei propri pensieri. Se aprono la bocca, è per dire qualchecosa di così rigorosamente, di così solidamente sensato, che il più cavilloso dei critici non ci potrebbe trovar sillaba a ridire. In loro l'effetto del vino non trasparisce che dagli occhi lustri e dal movimento difficile delle labbra. Via via che bevono, il loro gesto si fa sempre più corretto, il loro sguardo sempre più raccolto, la loro parola sempre più dogmatica. Arrivano fino ad assumere l'espressione della più alta gravità a cui si possa atteggiare il viso d'un uomo occupato da un pensiero solenne. E si vedono camminare per le vie con una rigidezza automatica, a passi misurati e lenti da tiranni di teatro, portando la propria dignità come porterebbero una tazza colma d'un'essenza miracolosa, tremando di spanderne una goccia; senonchè, di tratto in tratto, una leggerissima oscillazione della loro persona, o un largo e maestoso giro da tiro a quattro che fanno intorno ad un piccolissimo ostacolo, rivelano che quell'essenza miracolosa è Barolo.

In altri il vino eccita particolarmente il sentimento cavalleresco. Ragionevoli e contegnosi per ogni altro verso, non rivelano l'ebbrezza che in un insolito ardore bellicoso, che li spingerebbe, come don Chisciotte, ad affrontare un esercito. Acquistano una delicatezza d'amor proprio ombrosissima. Scattano per nulla, e qualunque questione si presenti, non riconoscono altro scioglimento che il duello. Come Macbeth il manico del pugnale, essi vedono da tutte le parti l'elsa d'una sciabola o l'impugnatura d'una pistola. S'intromettono nelle contese per pigliar le parti del più debole, assumono le difese d'un assente, a loro indifferentissimo, con parole provocanti, si arrestano bruscamente in mezzo alla strada a fissare lo sconosciuto che li ha sogguardati passando... Li abbiamo visti tutti, cento volte, in una sedia chiusa o in un palchetto d'un teatro, voltare la faccia superba verso la folla che gli ha imposto silenzio, e cercare da per tutto con due occhi guerrieri uno spettatore che assuma la responsabilità del vasto oltraggio anonimo della platea. Chi non sa, immagina che siano anime fiere e imperterrite, preparate a tutto, piene d'un sublime disprezzo della vita. Niente affatto. Son buoni diavoli che hanno vuotato una bottiglia; duellisti di concetto, D'Artagnan d'una sera, che domani all'alba si meraviglieranno altamente delle loro audacie notturne.

Un'altra forma curiosa d'ebbrezza è quella che si riscontra specialmente in certe nature sobrie e discrete, le quali serbano la giusta misura in tutte le cose, e son poco accessibili alle passioni turbolente. Costoro, arrivati a un certo grado d'ebbrezza, non si trovan più bene in compagnia, si separano dagli amici, rifuggono dal chiasso, hanno bisogno di portare a spasso la loro beatitudine in luoghi solitarii, al lume della luna, e là meditano sui propri affari, o filosofeggiano serenamente sulla vita umana, fermandosi a contemplare bellezze di paesaggio non prima vedute, errando a caso, espandendo l'anima in una muta riconoscenza davanti all'immensità della natura. Costoro si potrebbero chiamare gli «Arcadi dell'ebbrezza». Il vino pare che si tramuti in latte nelle loro vene, e che addolcisca ancora la loro indole già mite e tranquilla. E si riconoscono a primo aspetto. S'incontrano spesso per i viali esterni della città, a notte innoltrata. Un solfeggio soave annunzia il loro avvicinarsi; poi si vede uscire dall'ombra il loro viso placido — ci danno uno sguardo benigno — e scompaiono. Vanno a riposare col cuore contento e s'addormentano con un sorriso.

Questa specie d'ebbrezza riposata ha il suo perfetto rovescio in quella a cui vanno soggetti certi uomini d'indole ardente e inquieta, che eccedono in ogni cosa. Costoro, una volta in preda all'ebbrezza, entrati in quel godimento febbrile della vita, ci si afferrano con una avidità rabbiosa; non possono saziarsene; vorrebbero che durasse eternamente. Il pensiero che la serata avrà una fine, che la compagnia si sbanderà, e che nella solitudine in cui rimarranno andrà disperso quel tesoro di felicità passeggiera che si son procurati col vino, li contrista e li affanna. Quando tutto par finito, colmano ancora i bicchieri, trattengono gli amici con preghiere, riconducono indietro chi vuol andarsene, si lamentano e si sdegnano. Poi, come l'uomo delle folle di Edgardo Poe, che ha il terrore della solitudine, perduta la prima compagnia, vanno a cercarne una nuova, corrono d'un luogo in un altro, fino a notte tardissima, fin dove resta ancora una scintilla di vita, nella quale soffiano affannosamente per farne divampare la fiamma, e quando finalmente rimangono soli, svaporata tutt'a un tratto l'ebbrezza, ritornano a casa irritati con sè stessi e con tutti, maledicendo il mondo ipocrita o stupido che congiura contro i loro piaceri.

Altri, e sono forse i più ameni, hanno il vino amoroso. Per loro l'ebbrezza si riduce a una visione del paradiso islamitico. Possono essere costretti a mutar discorso cento volte, ma ritornano ostinatamente su quel dolce argomento. Ricordi d'avventure giovanili, frammenti di poesie erotiche, nomignoli di antiche amanti, rimasugli già carbonizzati di vecchie passioncelle di contrabbando, tutto si ravviva in loro e rimonta a galla per effetto di qualche bicchiere di vino. E non ci rimonta altro. Nei loro brevi silenzi non fantasticano che disegni arditi di dichiarazione d'amore e di sorprese notturne. Il fruscìo di una veste li scuote come una musica. Il loro occhio nuota nella dolcezza, la loro bocca piglia degli atteggiamenti vezzosi da putti d'oleografia e il loro linguaggio è tutto intonazioni languide, reticenze vanitose e piccoli motti a doppio senso, di cui sorridono strizzando gli occhi con una compiacenza profonda. Non c'è nulla di più comico che il veder spuntare a poco a poco, per effetto del vino, qualche volta sotto l'apparenza d'un uomo abitualmente austero, questa piccola effigie nascosta di Don Giovanni ringalluzzito, che s'era lontanissimi dal sospettare.

Ci sono altri in cui il vino eccita particolarmente le facoltà intellettuali. È un effetto comune; ma in costoro giunge ad un grado meraviglioso. Non è solamente un'esaltazione, è una trasformazione. Persone incolte, di mediocre intelligenza, di parola rozza, senza nessuna qualità seducente — acquistano tutto. Rivelano improvvisamente delle cognizioni che non si credeva che avessero, parlano spigliatamente una lingua che non gli s'è mai intesa parlare, si cacciano in discussioni in cui non hanno mai osato aprir bocca, e confondono avversari superiori a loro con lampi inaspettati d'ingegno. S'entusiasmano poi del loro trionfo, e così aggiungono ebbrezza ad ebbrezza. Si colorano, diventan belli, nobili di atteggiamenti e di mosse, e lasciano un alto concetto di sè in chi li vede allora per la prima volta. E la mattina dopo — tutto è svanito. Chi li ha conosciuti la sera, non li riconosce più. Sono di nuovo incolti, rozzi, mezzo intontiti, e disamabili. Non rimane più che lo scheletro nero d'un fuoco d'artifizio bruciato.