Scotea le querce e s'inchinava al rio;
O che bella bevanda, o che dolc'esca
È mangiar ghiande, e ber dell'acqua fresca.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . Quando i dolci liquori
Della vite la lingua ebbe assaggiati,
E con alti stupori
Fûr le starne e i capponi assaporati,
Si passò da' ruscelli alle cantine,
Da scuoter querci a far fumar cucine.
Ma checchè sia di ciò, non crediate che le cose, di cui si fa narratore, messer Pierfrancesco Giambullari se le sia inventate. In un vecchio libro latino che risale al secolo XIII, la Graphia urbis Romae, si racconta sulla fede di un Hescodius irreperibile, che Noè venne in Italia, e fondò presso a Roma una città cui diede il suo nome. Giano, suo figliuolo, costruì sul Palatino una città chiamata Gianicolo. Più tardi Nembrotte, ch'è tutt'uno con Saturno, venne ancor esso in Italia. La stessa storia si trova riferita da Martino Polono, cronista di quel medesimo secolo.