Lascio da banda il dio Frô della mitologia germanica ed altre divinità di genti diverse che potrebbero aver relazione col mio argomento, e mi affretto a dire alcune poche cose ancora che più direttamente concernono il vino.
Di sbornie leggendarie, singolari e memorabili se ne ricordan parecchie nella storia. Quella che mosse i Lapiti e i Centauri a sonarsi di santa ragione è nota a tutti. Una leggenda, che fu ritenuta storia da molti, narra di un certame tra bevitori bandito da Alessandro Magno. Il vincitore si cacciò in corpo tredici litri di non so che vino, e ci rimise la vita[I-38].
Molto ci sarebbe da dire circa la parte che il vino e la vite ebbero nei miracoli. Già Pausania ricorda che in un tempio di Bacco presso Elide ogni anno tre fiaschi d'acqua miracolosamente si mutavano in vino[I-39]. Nei leggendarii accade spesso di leggere di fonti che in ricorrenza di feste solenni versavano vino, e di santi uomini che, andati ad attingere al pozzo, con grata maraviglia tirarono su il secchio pieno di vino squisito. Nella relazione dei viaggi dell'Infante Don Pedro di Portogallo si racconta questo miracolo. In una città dell'India si conserva e si venera il corpo di San Tommaso apostolo. Il santo, tuttochè morto, sta ritto sopra un altare, e tiene in mano un sermento di vite disseccato. Quando si celebra a quell'altare la messa il sermento rinverdisce, si veste di foglie, si carica di grappoli, e al momento opportuno fornisce il vino necessario al sacrificio incruento[I-40].
Qualche cosa ancora mi resta a dire delle virtù miracolose attribuite al vino. È noto a tutti il detto latino In vino veritas; gli arabi hanno un proverbio che esprime presso a poco lo stesso concetto: il vino fa palese ciò che si nasconde nel cuore degli uomini[I-41]. Ma qui si tratta di una virtù puramente naturale: il vino toglie all'uomo la triste facoltà di simulare e l'obbliga a mostrarsi qual è. Ne questo è il solo benefico effetto ch'esso produca naturalmente: Orazio afferma che per far buoni versi bisogna bere del vino[I-42], e che la stessa virtù si rigenera nel vino, come l'esempio di Catone dimostra[I-43]. Lo Scarron dice nel Virgile travesti:
J'entends les Poëtes divins
Alors qu'ils sont entre deux vins.
Ma non ci mettiamo per questo mare che non si potrebbe tornar così presto alla riva. Io dico che al vino si attribuirono ancora certe qualità arcane e recondite per cui divenne in certi casi un paragone di verità e di giustizia. In più e più leggende si parla di una coppa maravigliosa, la quale, essendo piena di vino, nessuno vi può bere che non sia scevro di colpa. Una coppa sì fatta ebbe in dono dal nano Auberon Huon di Bordeaux, che poi se ne servi per scoprire certi brutti peccatacci di Carlo Magno[I-44]. E chi non ricorda la tazza incantata che faceva scoprire ai mariti la infedeltà delle mogli, della quale si parla nei canti XLII e XLIII dell' Orlando Furioso? Nè si dica che qui la virtù spetta al nappo e non al vino; per fare la prova si richiede e l'uno e l'altro, ma chi dà la dimostrazione è propriamente il vino. Coloro che nulla hanno a temere lo bevono; coloro che si trovano in altra condizione se lo versano addosso. Ricorderò finalmente ciò che il Rabelais racconta del giovine Panurge; il quale, fittosi in capo di prender moglie, e dubbioso e pauroso di quello che gli possa succedere, ricorre per consiglio ad avvocati, a filosofi, a preti, e finalmente si risolve d'andare a consultare l'oracle de la dive bouteille, il più veridico fra quanti danno responsi[I-45]. Su questo capitolo ci sarebbe da discorrere un pezzo[I-46].
Signori, io sono giunto al termine della mia diceria, ma non crediate sia chiusa la leggenda del vino. Non vorrei funestare con tristi pronostici gli animi vostri, ma forse è già cominciata, forse sta per cominciare la leggenda della morte di questo eroe, e non so se i molti seguaci ed amici ch'egli ha per il mondo varranno a salvarlo. Egli ha contro di sè congiurati terribili avversarii. Da una parte l'oidio e la tremenda filossera assaltan la vite; dall'altra una chimica iniqua crea nel mistero di nefandi connubii, di corpi solidi, liquidi ed areiformi, vini acherontei, satanici, apocalittici, che sotto la menzogna del nome usurpato nascondono l'abominazione della desolazione. Ma di queste insidie della natura e dell'arte altri vi parlerà con tutta l'autorità della scienza: io debbo contentarmi d'esprimere un voto: possa per lungo tempo ancora il vino, il vero vino, l'autentico e legittimo figliuol della vite, esilarare, secondo il detto della Scrittura, il cuore afflitto degli uomini.
NOTE
[I-1] Di questa portentosa longevità dei patriarchi pare abbia conosciuto e divulgato il secreto, ma senza beneficio notabile, un Giovanni Bracesco, autore di un raro libro intitolato: Il legno della vita, nel quale si dichiara qual fosse la medicina per la quale i primi padri vivevano novecento anni. Si stampò in Roma nel 1542. La longevità di Noè e divenuta in particolar modo proverbiale fra gli Arabi. V. Goldziher, Der Mythos bei den Hebräern, p. 279.[I-2] Il Kuhn ha dimostrato l'identità dell'amrita e del soma nella sua monografia intitolata Die Herabkunft des Feuers und des Göttertranks, p. 145.[I-3] Sebbene la vite fosse coltivata in alcune parti dell'India non pare tuttavia che gli Indiani ne abbian mai tratto il vino. Usavano bensì vino di palma secondo si trova riferito da Plinio, Hist. nat., VI, 32, 8; XIV, 19, 3. Conobbero anche il vino di vite, che, a dispetto d'ogni proibizione, vi si portava assai di lontano. V. Lassen, Indische Alterthumskunde, v. I, p. 264–265, n. 3.[I-4] Râmâyana, versione di G. Gorresio, edizione di Milano, v. I, c. XLVI. Il Mahâbhârata ha un racconto molto più lungo, ma non diverso per la sostanza. Se ne trova la versione fra le note al Bhagavadghita tradotto dal Wilkins. Altre versioni, con varietà di poco rilievo, si trovano nei Purani. Cf. Wilson, The Vishnu-Purana, p. 75–78.[I-5] V. la lettera che si suppone scritta dal Prete Gianni all'imperatore di Roma e al re di Francia nel Monde enchanté del Denis, p. 185–205.[I-6] Baruffaldi, Baccanali, Bacco in Giovecca.[I-7] Diodoro Siculo, Bibliotheca historica, III, 68.[I-8] Antigone, 1105.[I-9] Osiride e Bacco sono divinità solari. Fra essi v'è identità mitica. Cf. Braun, Naturgeschichte der Sage, v. II, p. 116.[I-10] Du Méril, Poésies inédites du moyen âge, p. 306–308.[I-11] Beugnot, Histoire de la destruction du paganisme en Occident, v. II, p. 324.[I-12] Piper, Mytologie der christlichen Kunst, v. I, p. 211.[I-13] Maury, L'astrologie et la magie dans l'antiquité et au moyen âge, IV a ed., p. 155.[I-14] La commemorazion di San Bacco cade il 7 di ottobre. Dice in proposito il Middleton nella Letter from Rome: «In another place I have taken notice of an altar erected to St. Baccho; and in their histories of their saints, I have observed the names of Quirinus, Romula and Redempta, Concordia, Nympha, Mercurius, which, though they may have been the genuine names of Christian martyrs, cannot but give occasion to suspect, that some of them at least have been formed out of a corruption of old names». Io non so persuadermi che genitori cristiani volessero imporre ai loro figliuoli nomi così esecrati quali si erano quelli delle antiche divinità, e quanto ai neofiti credo che prima lor cura, ricevendo il battesimo, sarebbe stata di sostituirli con altri, quando pure si debba supporre che li portassero innanzi.[I-15] Tommaso Cantipratense ricorda una specie di canto fescennino composto in onor di quel santo: cantus turpissimus de beato Martino, plenus luxuriosis plausibus, per diversas terras: Galliae et Teutoniae promulgatus. Bonum universale de apibus, ed. Colvenerii, Duaci, 1627, p. 456–457. Cf. Du Méril, Poésies populaires latines du moyen âge, p. 198.[I-16] Blavignac, Histoire des enseignes d'hotelleries, d'auberges et de cabarets, p. 55.[I-17] Missa de potatoribus, Wright and Halliwel, Reliquiae antiquae, II, 208–210.[I-18] Nella Confessio Goliae attribuita a Gualtiero Mapes. Wright, Latin poems attributed to Walter Mapes, p. 70–75.[I-19] Histoire littéraire de la France, v. XXII, p. 141.[I-20] Id., v. XXIII, p. 495.[I-21] Jubinal, Nouveau recueil de Contes, Dits, Fabliaux et autres pièces inédites des XIII, XIV et XV siècles, v. I, p. 250 e segg.[I-22] Joyeusetez, Facecies, ecc., v. IX.[I-23] Morgante Maggiore, c. XVIII, st. 132. Qui possono essere ricordati anche questi pochi versi tedeschi: Der Deutsche hat zum Symbolum