La posizione di Garibaldi e de' suoi nella rocca di Monterotondo, il vecchio Eretum, era grave assai per non dir meglio disperata. Il governo italiano ci avversava a viso aperto come ribelli e banditi, onde difficilissimo riusciva il procacciarci vettovaglie, indumenti e munizioni; le nostre truppe, in parte smaniose al pari di Bixio in Perugia di venirci in aiuto, dovevano invece rimanersene vane spettatrici del formidabile torneo coll'arma al piede, e data la contingenza, farci magari fuoco addosso; l'arrivo dei francesi era pronostico di guerra eccessivamente sproporzionata per numero e per arnesi di combattimento, i papalini se n'erano ringalluzziti e ne avevano i movimenti più liberi, ed omai la era una follia l'attendere prima d'una nuova nostra strepitosa vittoria la rivoluzione in Roma.
Garibaldi non se ne dava apparente pensiero, e tranquillo come un eroe d'Ossian passava quasi intiera la giornata sul belvedere della robusta torre di palazzo Piombino, dove tacito e con insistenza da metter pena fissava verso Roma la meravigliosa cupola di Michelangelo per torcer poi gli sguardi leonini in giro sul classico Tivoli e sulla plaga ondulata fra il Tevere e l'Aniene.
A lui certo in quegli istanti ricorreva la memoria della famosa ritirata da Roma dopo la difesa leggendaria, quando il 4 luglio del 1849 si era con un pugno di valorosi indomiti e colla sua intrepida Anita accampato qui in Monterotondo ed in Mentana per traversare inarrivabile e fra nemici ad ogni passo i gioghi degli Apennini verso Venezia ancora eroica in armi, e coll'occhio della mente in spasimo avrà visto la sua amazzone brasiliana, compagna di glorie e di rovesci, seppellita nelle sabbie presso la pineta di Ravenna e orribilmente disotterrata dai cani, feroci al pari degli austriaci inseguenti.
Quel grande fidava nella sua perizia e nel suo genio e, non sentendosi per nulla perduto, aveva per molte e serie ragioni tattiche e strategiche, ed anche per sfuggire un conflitto civile colle truppe italiane, divisato di trasferire il suo quartier generale a Tivoli, dove governava il colonnello Pianciani. Costà aveva dato convegno ai generali Nicotera ed Acerbi, troppo immerso quest'ultimo nell'amministrazione di Viterbo, e colla riunione di tutte le sue sparse falangi avrebbe potuto mettere un forte campo, non di leggieri espugnabile, sulla ridente altura di Tivoli, in vista e a poca lontananza della sospirata Roma. Egli faceva frequenti e in persona e con scorta di pochi ufficiali le sue ardite e famose ricognizioni, nelle quali aveva preso lingua che i papalini intendevano uscir di Roma e assalirlo sulla via Nomentana. In Monterotondo stava il nerbo delle sue forze e per tenersi in comunicazione con Tivoli e sorvegliare la strada minacciala, egli aveva disposto il battaglione Ciotti in Mentana e spartiti i volontari del colonnello Paggi a Monticelli, S. Angelo in Cappoccia, Monte Porci e Monte Lupari, mentre provvedeva colle poche centinaia di uomini del duca Lante di Montefeltro contro la possibilità di un assalto alle spalle dalla via Salaria e dalla insanguinata stazione di Monterotondo.
Il dì dei morti passò in rivista parte dei volontari, che malgrado la fame e la spossatezza elettrizzò al combattimento, e diede ordine che il mattino seguente all'alba si partisse per Tivoli. Ma parecchi erano addirittura scalzi o quasi, ed essendo per miracolo arrivate in cittadella varie casse di scarpe, non si riuscì la domenica, 3 novembre, ad impedirne la distribuzione, il che ritardò la partenza, e fu innocente causa della battaglia di Mentana.
Quella famosa domenica del 3 era una vera giornata umida di novembre, il cielo ingombro da una nuvolaglia trasparente, e il sole faceva di quando in quando capolino a mezzo e gettava qualche largo sprazzo di luce verso il pendìo di Tivoli come per rammentare la sua esistenza e invitarci propizio sulla strada da percorrere. [Blank Page] [Illustration: ]
Verso le undici antimeridiane, Garibaldi, ansioso per la partenza, stava ritto in piedi sulla prediletta torre di palazzo Piombino, fiero come un dì al Gianicolo sulla torretta del casino Savorelli presso San Pancrazio, e manovrava il cannocchiale da Roma lungo la via Nomentana e verso Tivoli. Di fianco ne seguivano l'intensa contemplazione il genero Canzio, Adamoli e lo scrivente, persone tutte vive ancora [Vedi illustrazione].
D'un tratto l'eroe abbassò il binoccolo, e additandoci la via
Nomentana, ci disse colla sua voce sempre franca e impassibile:
—Laggiù sonvi colonne in marcia verso di noi.
Ci passò il binoccolo e poi soggiunse fra sè e sè, e come di frase da non raccogliersi: