Beppe. — Sta bene, ma badiamo a non fare i conti senza l'oste. Levare la roba ai signori, è presto detto, ma ci sono i carabinieri, le guardie di P. S., i soldati; e, adesso che ci penso, ho paura che le loro manette, i loro vetterli, i loro cannoni sieno fatti, più che per altro, proprio per questo: per difendere i signori.
Giorgio. — Questa è cosa che si sa, mio caro Beppe, che la polizia e l'esercito ci stanno per tenere a freno il popolo ed assicurare la tranquillità dei signori; ma se essi hanno i fucili ed i cannoni, non è mica detto che noi dobbiamo far la guerra con le mani in mano. I fucili sappiamo spararli anche noi e con l'astuzia, o con l'audacia possiamo procurarceli; poi vi sono la polvere, la dinamite e tutte le materie esplosive, le materie incendiarie e mille arnesi che, se in mano al governo servono per tenere schiava la gente, in mano al popolo servono per conquistare la libertà. Le barricate, le mine, le bombe, gl'incendii sono i mezzi con cui si resiste agli eserciti, e noi non ci faremo pregare per servircene. Si sa bene; la rivoluzione non si fa mica con l'acqua santa e con le litanie.
D'altra parte, considerate che i poveri sono l'immensa maggioranza, e che se arrivano a capire e gustare i vantaggi del socialismo, non vi è forza al mondo che possa costringerli a restare come stanno. Considerate che i poveri sono quelli che lavorano e producono tutto, e che, se solo una parte importante di loro sospendesse il lavoro, ne avverrebbe tale uno sfacelo, tale un panico che la rivoluzione s'imporrebbe subito come unica soluzione possibile. Considerate pure che i soldati, in generale, sono essi stessi dei poveri, obbligati per forza a far da sbirri e da carnefici ai loro fratelli, e che non appena avran visto e capito di che si tratta simpatizzeranno, prima in segreto e poi apertamente, per il popolo — e vi persuaderete che la rivoluzione non è poi tanto difficile quanto può parere a prima giunta.
L'essenziale è di tener sempre presente l'idea che la rivoluzione è necessaria, di esser sempre disposti a farla, di prepararcisi continuamente... e non dubitate che l'occasione, spontanea o provocata, non mancherà di presentarsi.
Beppe. — Tu dici così ed io credo che tu abbi ragione. Ma vi sono anche quelli che dicono che la rivoluzione non serve, e che le cose si maturano da loro. Che te ne pare?
Giorgio. — Dovete sapere che da che il socialismo si è fatto potente, ed i borghesi, vale a dire i signori, hanno incominciato ad aver paura sul serio, si stanno tentando tutte le vie per stornare la tempesta ed ingannare il popolo. Tutti hanno incominciato a dire che sono socialisti, financo gl'imperatori... e vi lascio pensare che specie di socialismo hanno messo insieme. Di mezzo ai nostri stessi compagni sono anche usciti, purtroppo, dei traditori che, allettati dall'importanza che i borghesi davan loro per attirarli, e dai vantaggi che potevano ottenere abbandonando la causa rivoluzionaria, si sono messi a predicare le vie legali, le elezioni, le alleanze coi partiti, che essi dicono affini, e così si sono fatti un posto in mezzo alla borghesia e trattano da matti o peggio quelli che vogliono far la rivoluzione. Parecchi continuano a dire che la rivoluzione vogliono farla essi pure, ma intanto... vogliono essere nominati deputati.
Quando qualcuno vi dice che la rivoluzione non è necessaria, o vi parla di nominare dei deputati e dei consiglieri comunali, o di far causa comune con una frazione qualsiasi della borghesia, se è un compagno vostro, che lavora come voi, cercate di persuaderlo del suo errore; se invece è un borghese o uno che vuol trovar modo di diventar borghese, consideratelo come nemico e tirate innanzi per la vostra strada.
Basta; un'altra volta parleremo più a lungo di queste questioni. A rivederci.
Beppe. — A rivederci; e son contento che mi hai fatto capire molte cose che, adesso che me le hai dette, mi pare impossibile come non le avessi pensate prima. A rivederci.