Se il commercium interdetto ad ogni altro sul territorio di Segesta[296] dipendeva non da altro che dalla sua condizione di città libera, che la facea considerare come uno stato indipendente anche rimpetto a' Romani; quello che lo stesso Cicerone ci dice di Agrigentum[297], mi pare possa ben dar luogo a supporre che tra città e città si erano elevate barriere, ed era impedito o circoscritto il commercio ai cittadini di una in un'altra città. E, pur ritenendo che la natura del suolo provinciale, sia di città censorie che di decumane, non ammetteva ne' detentori un diritto di dominio, non è detto che anche il semplice trasferimento del possesso non potesse essere più o meno limitato dal divieto o dalla mancanza d'ogni riconoscimento giuridico. Ne nasceva allora che, posti tali inceppi, i cittadini romani, che, come tali, aveano il commercium nelle città soggette di Sicilia, poteano vittoriosamente fare agli altri la concorrenza.
È sicuro in ogni modo che campi ed aziende agricole siciliane vennero in buona parte, nelle proporzioni e sotto forma di latifondi, in mano di cittadini Romani, i quali, menandone innanzi la coltura, si avvalevano del lavoro servile, e davano luogo ad una industria agricola, che, diretta ad esaurire gli uomini impiegati ed il suolo, ruinava l'agricoltura e fomentava quel malessere che divampò due volte nelle guerre servili.
La produzione nel primo terzo del primo secolo si è fatta ascendere[298] in tutta la Sicilia ad otto milioni di medimni (ogni medimno siciliano è di litri 52,392)[299] di frumento e quattro milioni di medimni di altri cereali; ma, considerando che la sola decima del frumento delle città decumane ascendeva a cinquecentomila medimni, potrebbe fors'anche il computo portarsi più alto[300].
Intanto, secondo calcoli che naturalmente possono accettarsi solo come approssimativi[301], la popolazione che, tra la fine del quinto e il principio del quarto secolo, ascendeva a circa 800000 abitanti e appresso avea avuto un incremento e sotto Agatocle avea potuto salire ad un milione; colla morte del tiranno avea cominciato a decadere, e se, ristabilita la pace dopo ottanta anni di guerre, la regione riavea sotto i Romani un periodo di relativa risurrezione economica, era il numero degli schiavi che cresceva in proporzione assai notevole, assai più che innanzi non fosse stato, sino a pareggiare il numero de' liberi.
A lenire alcuni inconvenienti, a stornare alcuni mali, ad esercitare in tutto un'azione benefica, potea giovar molto l'opera del governatore, fornito, così com'era, di largo potere; e, del pari, se mosso da impulsi diversi, potea recar molto male.
Di settantasei de' governatori della Sicilia, che esercitarono l'ufficio loro prima di Verre, noi abbiamo notizia[302]; ma dell'opera ivi spiegata da loro, specialmente quando non si riferisce ad imprese di guerra, poco sappiamo. Di M. Valerio Levino, primo tra i governatori dell'intera Sicilia, sappiamo bensì che cercò di svilupparne la produzione anche artificialmente, incitando personalmente[303], alla coltura del suolo.
In questa provincia fu mandato come governatore, settantesimosettimo di quelli a noi noti, C. Verre.
V. HOMO AMENS AC PERDITUS?
Chi era C. Verre?
Le Verrine.