Lo scrittore, il poeta, l'oratore, l'artista sono anche tanti giustizieri. In questo arruffìo quotidiano della vita, mentre essi, gravati dell'incommodo bagaglio delle loro idealità, passano assai spesso punzecchiati, derisi, angosciati; gli uomini piccoli, che per la loro stessa natura non perdono mai di vista la terra, s'insinuano in tutti i meandri del multiforme inganno umano, tendono reti e stanno in agguato, ghignando, sugl'improvvidi che vi cadono, scavano ad altri la terra sotto i piedi; e da questo lavorio di tutti i giorni assurgono pieni di oro e di fango, carichi di uffizî e di onori, e, tra l'incenso, che loro sale alle nari e le maledizioni che si perdono inascoltate nell'aria, arrivano freschi, riposati, sereni al termine della loro giornata terrena.

Ma se essi inciampano il poeta, lo scrittore, l'artista, in un'ora della vita in cui il loro cuore è colmo d'infinita amarezza, il poeta, lo scrittore, l'artista, che sanno anche essere giustizieri, li acciuffano con la mano febbrilmente potente, e sulla fronte, insolitamente rivolta verso il cielo, imprimono come un suggello il marchio della condanna.

Si spengono allora gli echi dolenti delle angoscie che essi suscitarono; scompare fin la traccia delle ville sontuose e de' palagi superbi, onde guardarono con piglio insolente sul mondo e sulla vita; le statue, ch'essi si eressero, vanno in pezzi; ma vive ancora nel verso, nell'orazione, nel libro il povero clandestino epigramma, che anonimamente ronzava intorno a loro; e, raccomandati all'opera di chi li fece eterni, passano alla posterità cinti di un nimbo d'infamia, monumenti vivi dello stridente contrasto tra la gente che impera e quella che langue, esempî di tanti altri, che vissero della loro vita e godettero della loro fortuna.

Tale è la sorte di Verre. Non son molti davvero i personaggi dell'antichità, specialmente di ordine secondario, delle cui gesta possiamo dire di sapere tanto come di Verre. Ma tutto quello che sappiamo di lui, sgorga da una fonte sola, e questa non è una fonte spassionata ed impersonale; anzi è un atto di accusa, dove la narrazione si trova incastrata tra invettive, sarcasmi, dileggi.

E, quasi che ciò non bastasse, l'accusa non è soltanto la reazione di un'anima offesa dallo spettacolo dell'ingiustizia, ma, che che Cicerone faccia per attenuarne l'effetto, è l'assalto di un avversario ed un atto coordinato a tutto un piano di condotta politica e destinato ad avere un'azione immediata sugli avvenimenti politici del tempo.

Pure, benchè la fonte sia così unilaterale e ci manchi generalmente la possibilità del controllo, convenientemente usata ed interpretata, ci dà modo di formarci un concetto non incompiuto dell'uomo e del tempo.

Chi ha qualche volta osservato l'indole e le fasi dello svolgimento de' drammi giudiziari, come usa chiamarli, ha veduto come spesso, nelle mani di chi accusa o difende, i fatti vengano abilmente svisati ed affermati o smentiti secondo un preconcetto disegno. Ma tal'altra volta i fatti son tali, o così provati, che si contende piuttosto della loro importanza e della interpretazione a cui possono andare soggetti, ed allora anche un'accusa od una difesa può esser un documento storico di notevole valore. E questo sembra sia il caso delle «Verrine». In esse per giunta troviamo riflettuto, sia pure per farne strazio, tutto il sistema di difesa di Verre, e di tratto in tratto ci è dato gettare uno sguardo sull'ambiente esteriore, e conoscere ciò che si operava dietro la scena e da quali impressioni era dominata e come si moveva la folla, che, assistendovi, partecipava anch'essa a questo così importante episodio della vita romana.

Accanto a qualche esagerazione ed a qualche interpretazione forzata, da alcuni particolari stessi che non hanno diretto rapporto con l'accusa, balza fuori in qualche modo la figura dell'accusato. Da tutto l'insieme di dati piccoli e grandi, da quella sfida cinica alla giustizia ed all'opinione[304], da quella furberia talvolta sino infantile[305] e da quella cieca e sventata imprevidenza, da quella passione delle opere di arte morbosamente irresistibile[306], da quella sua irritabilità[307] che, eccitata reagisce feroce, da quella sua rapacità che diventa crudeltà, da quel suo furioso entusiasmo della libidine e dell'orgia[308], e da quella sua incontinenza che non conosce confine, si ricompone -- se tutti que' dati son veri -- una figura di delinquente quale la scienza moderna[309] lo concepisce: un tipo di degenerato morale, che da un lato si ricongiunge alla follia e dall'altro presenta come un ritorno atavico dell'uomo primitivo, del selvaggio. Tra la civiltà greca, in mezzo a cui vive, egli appare veramente il tardo nepote de' favoleggiati compagni di Romolo, assertori del diritto della forza, rapitori di donne, banditi; o come un'anticipazione di quello che sarà tra un secolo Nerone, amatore dell'arte cieco ed impotente, che vuol trasportare nella vita un suo grande sogno di lusso e di piacere e, dominato da invincibili impulsi, piega e spezza tutto quanto si para come un ostacolo al suo egoismo armato del potere.

E insieme alla figura di Verre viene a galla tutto un altro gruppo di figure, quale intraveduta appena, quale sbozzata e pur chiara; e tutta una serie di concetti morali dominanti la vita pubblica e la privata, e i buoni e i cattivi istinti della folla e l'ambiente stesso della vita giornaliera de' dominatori e dei soggetti; tutto un momento insomma della vita romana, che il processo di Verre rievoca e ricompone intorno a Verre, fatto centro di tanti interessi, ire e passioni, che, compenetrandosi con la sua sorte e la sua persona, le danno una particolare importanza storica.

C. Verre e la sua famiglia.