Chi egli fosse e da quale famiglia uscisse, non parve sempre, nè a tutti ben chiaro. Il nome romano, che ha la particolarità di determinare così bene un uomo ne' suoi rapporti pubblici e privati, nelle sue relazioni famigliari e di schiatta, appare in C. Verre, piuttosto che monco, suscettibile di ambigue interpretazioni. Fu creduto anche che Verre fosse solo il cognome, e il nome gentilizio, per tutto taciuto, fosse Cornelio; ma è invece il contrario ch'emerge dal testo stesso di Cicerone[310], e si può affermare con sicurezza che quello di Verre fu un nome gentilizio[311], e, cosa del resto non rara, egli non ebbe cognome. Nè il nome stesso ha il carattere eccezionale, che da principio si sarebbe inchini ad attribuirgli, se può ritenersi soltanto come una forma più antica di Verrius[312], della cui schiatta la famiglia di Verre potrebbe così essere stata un ramo, distratto sempre più dal tronco comune.
Vi sarebbe qualche motivo per credere che non potesse già vantare parentele illustri e potenti[313]; in ogni modo era nobile[314]. Suo padre, C. Verre anch'esso[315], dovea aver nome d'insigne manipolatore di elezioni e vivea in una cerchia d'incettatori di voti[316], incettatore egli stesso, addestrando nell'arte, perchè non si perdesse, altri membri di sua famiglia, un Q. Verre[317] per esempio, della tribù Romilia.
Malgrado ciò, o forse per ciò, non gli mancò un posto nel senato.
Sua madre avea comune la schiatta ed il nome con Q. Tadio[318]. Questi i congiunti che avea per parte de' suoi genitori. Il suo matrimonio appresso lo legò con vincoli di affinità a Vezio, cavaliere romano[319]: un legame non sappiamo di qual genere e tra chi, lo rese anche affine de' Metelli, ma solo alla vigilia del suo giudizio[320]. Di qual famiglia fosse il genero non sappiamo. L'anno della sua nascita ci è del pari ignoto, ma sapendo della sua morte avvenuta, e non per causa naturale, nel 43 av. C. e che, pretore in Sicilia era padre di un figlio presso ad uscire dall'adolescenza e di una figliola già fatta sposa[321]; possiamo da tutto ciò argomentare che all'epoca della sua pretura probabilmente egli doveva avere un'età non maggiore o di poco a quella richiesta per covrire l'ufficio.
Egli dunque dovè fare con rapidità e con fortuna la sua carriera, a cui si preparò non con pazienza di studî e nobile esercizio di vita; ma, piuttosto, sulla scorta dell'esempio paterno e, conforme all'indole dei tempi, emergendo nel lieto pandemonio delle gazzarre cittadine.
Non si logorò proprio negli studî; e se Cicerone non lo calunnia anche in questo[322], non trovò nemmeno il tempo di acquistare una conveniente cultura, neppure quello di apprendere il greco, cosa relativamente comune per gli uomini del suo stato. Ma Cicerone certamente esagerò anche questa volta.
In ogni modo da adolescente si sarebbe annunziato, quale sarebbe poi stato maturo. Cicerone fa le viste di non volersi occupare della sua vita di adolescente; ma ciò non è che un artifizio retorico; ricorrendo alla figura della preterizione, trova benissimo il modo di rievocare le orgie notturne e la gioventù spesa tra lenoni, biscazzieri, mezzani, e i buchi fatti al patrimonio paterno; quella sua prima milizia non ricca che d'ignominie, e in cui profuse oro insieme ed onori; tutta insomma l'impura adolescenza che ora si rinnovava nel figliuolo[323].
La questura di Verre.
Questo stesso suo modo di vita non doveva essergli d'impedimento a salire nelle nuove condizioni della vita romana e specialmente nell'infuriare delle dissensioni civili; e lo vediamo infatti entrare nella vita pubblica come questore[324] del console Cn. Papirio Carbone nella lotta della parte mariana e sillana. Cicerone gli fa tener questa carica quattordici anni prima della causa e, benchè, secondo quella che ad alcuni può parere la più usuale maniera di contare, si sarebbe aspettato che avesse detto quindici[325], riesce evidente che intendeva riferirsi all'anno 84 a. C.[326].
Il fatto che Cicerone lo fa restare questore ancora sino al sacco di Rimini[327], il quale non potè accadere che nell'82, e ad anno abbastanza avanzato, ha dato origine ad una viva controversia sull'epoca vera della questura di Verre; onde, mentre qualcuno[328] l'assegna all'anno 84, altri[329] l'attribuisce all'anno 83, ed altri[330] ancora all'anno 82. Che Cicerone assegnasse l'entrata di Verre in carica all'anno 84 è fuor di dubbio e non pare lo facesse per una svista, giacchè egli si ferma molto alle particolarità del fatto, rileva il nome di L. Scipione, siccome quello del console succeduto a Cn. Papirio Carbone e mostra di ben conoscere il seguito de' fatti di quegli anni, che del resto si erano svolti sotto i suoi occhi.