D'altra parte per l'allusione al sacco di Rimini, per la menzione de' conti resi a P. Lentulo e L. Triario[331], questori nell'anno 81, si deve pure ritenere, che nell'anno 82, C. Verre occupava l'ufficio di questore.

Di fronte a questi fatti restano prive di valore le opinioni unilaterali di quelli che vorrebbero far valere la data di un anno o quella di un altro, e pare si debba pensare ad una prorogazione dell'ufficio o ad una rielezione di Verre all'ufficio di questore; cosa tanto più probabile in quanto avrebbe fatto riscontro appunto alla reiterazione del consolato di Cn. Papirio Carbone[332].

Cronologicamente dunque la notizia di Cicerone non offre materia ad appunti: merita bensì di essere accolto con ogni cautela il giudizio che dà del modo onde l'ufficio fu gerito e degli incidenti che l'accompagnarono. Verre infatti nell'anno 82 si staccò dalla parte mariana per aderire alla sillana, e Cicerone non ha parole sufficienti per bollare più e più volte questa sua defezione[333]. A sentire il suo accusatore, prima di tutto C. Verre non fece questa apostasia per considerazioni politiche, ma semplicemente a scopo di rapina. Infatti da' conti resi della sua questura appariva com'egli dovesse avere ancora presso di sè seicentomila sesterzi, quanti costituivano la differenza tra il denaro ricevuto e lo speso, e, intanto, a' suoi successori non seppe darne altra giustificazione se non d'averli lasciati a Rimini, dove a cagione del sacco doveano essere andati perduti[334]. Ora come accadessero le cose, noi non siamo in grado di dire; ma si può ben dire che la giustificazione di Verre non menava univocamente a quell'interpretazione che Cicerone le dava. E tanto più apparisce parziale, quanto più passionato ed esagerato è il biasimo che Cicerone getta su Verre, indipendentemente da ogni ragione di furto, pel semplice abbandono del suo console.

Per averne un chiaro intendimento occorre mettere in relazione quel fatto con altri avvenimenti del tempo stesso. L. Cornelio Silla era da poco sbarcato in Italia e già dalla parte avversa molti cominciavano ad inclinare verso di lui. L'esercito di L. Scipione abbandonava il suo comandante e si rendeva a Silla[335], e colle vittorie de' suoi legati e l'affermarsi della sua fortuna, la demoralizzazione e la sfiducia entravano nel campo nemico; e le diserzioni spesseggiavano tanto più, quanto l'uomo, a' suoi benigno ed a' nemici crudo, sapeva con tutte le arti del fascino personale e con tutte le minacce della più inesorabile vendetta attrarre a sè gli uomini[336]. Se qualche cosa è notevole, è precisamente questo: che Verre potè ancor tanto tempo dopo la venuta di Silla in Italia restare fedele alla sua parte, e non passò all'avversario, se non quando la sua parte si andava ormai dissolvendo senza rimedio e i suoi interessi di Romano e di nobile lo gettavano in braccio a Silla; e probabilmente non si poteva dire ch'egli abbandonava il suo console, ma che il suo console abbandonava lui e l'esercito e la sua parte, cercando in Africa uno scampo[337]. Il peggio che in questo può dirsi di Verre è che, al pari di tanti altri, in questa e nelle posteriori guerre civili, anch'egli finì per obbedire a quel senso dell'opportunità, che, se oggi è perfino il programma e la bandiera di un partito, fu sempre come la bussola de' moltissimi che, nella vita civile e nella politica, in ogni tempo ebbero a supremo scopo all'esistenza il salvataggio della borsa e della pelle.

Verre potè dire d'aver assicurato l'una cosa e l'altra. Silla lo mandò nel Beneventano tra i suoi amici, per diffidenza come vuole Cicerone[338], per ragione di uffizio, se come è lecito dedurre dalla resa di conti fatta a' questori dell'anno successivo, egli tenne la carica sino alla fine dell'anno[339]. Silla in ogni modo, com'era natura dell'uomo, lo beneficò e lo protesse, e Verre potè andare innanzi nella sua carriera. A Roma dopo questa sua questura, rimase appena tre giorni[340], occupato del resto, come sembra, in missioni ed incarichi, probabilmente nel Beneventano.

La legazione e la proquestura di Verre.

Due anni dopo, nell'anno 80, Cn. Dolabella di parte aristocratica, stato l'anno innanzi pretore, va come propretore in Cilicia ed, a proprio legato, non sa eleggersi miglior compagno di Verre, e dopo la morte del suo questore C. Malleolo gli affida anche la gestione della questura in sua vece[341]. Che legazione e che proquestura! Qui Cicerone aggrava la mano e fa Verre responsabile non solo di quello ch'egli potè commettere, ma di quello altresì che commisero il suo capo ed i suoi dipendenti. Che cosa in verità fece di suo proposito e per suo conto, che cosa come ministro del propretore? Noi non lo possiamo sapere completamente. Dolabella era ornai tramontato dall'orizzonte e a Cicerone fa commodo addebitare tutto a Verre, anche quello di cui Dolabella era stato riconosciuto colpevole in giudizio[342], ricorrendo ad induzioni ed illazioni, invocando la testimonianza di gente danneggiata e stizzita, o disposta ad accusare anche per propria difesa[343]. In ogni modo, se anche alcuni fatti non ebbero origine in un preconcetto disegno, ma furono l'incidente di una notte di crapula[344]; se in alcuni atti egli fu il braccio allungato di Dolabella, non bisogna durar molta fatica per ammettere che il suo passaggio, più che quello di un legato del popolo romano, dovè sembrare talvolta quello di qualche infortunio[345]. Soltanto, di questi infortunî in pellegrinaggio si era destinati a vederne più d'uno.

I Dolabella erano di razza rapaci e fraudolenti[346] e C. Malleolo, il questore, era tutt'altro che un puritano[347]. Un uomo dal senso morale molto mediocre, come era Verre, non poteva proporsi altro che di accomodarsi alle leggi dell'ambiente e farne suo pro, e così fece. A quella scuola egli apprese e ritenne per poi, se mai, emulare o superare i maestri. Era, pare, la sua prima scorsa su' poderi del popolo romano ed egli vi faceva, come è dire, il suo noviziato; per non perdere tempo anzi incominciò dal viaggio. La sua casa era ancora poco adorna di statue greche, e la selvetta che la circondava sarebbe stata lieta di porgere le sue ombre alle divinità elleniche[348]; i provinciali aveano ancora molta lana da potersi tosare e, se anche un colpo di forbici arrivava alla pelle, ciò li avrebbe resi più umili; e, finalmente, a lui che usciva dalla guerra sillana, gli ozî di Marte, dio infido e terribile, doveano parere utili a propiziarsi Afrodite, e tutte le avventure galanti della provincia poteano fornire un diletto, lieto a godere oggi e bello a narrare domani.

Il viaggio.

All'opera dunque! A Sicione fa al magistrato cittadino richiesta di danaro. Non si arrende? L'avarizia può più del nome romano e della paura? Ebbene, lo si caccia in uno stambugio e, acceso un buon fuoco di legna verdi, lo si lascia a considerare se ha minor pregio l'oro, o dà maggior molestia il fumo[349]; citra sanguinis effusionem! Di oro intanto sarà meno avara in Atene Minerva, e al magistrato romano che la vide e non ne partì a mani vuote, ne rimarrà due volte grato il ricordo[350]. Sono ancora troppo ricchi, troppo ornati questi templi di Grecia e d'Oriente, pur dopo che vi passò, da tanti anni, il conquistatore romano: ha troppe statue Apollo nel suo tempio, a Delo ove nacque, e nella notte è bene che ne sparisca qualcuna. Ma Apollo è qualche volta un dio iroso e capace di difendere la sua proprietà, come un qualunque avaro mortale, anche invocando da Poseidone un uragano: la tempesta infatti viene e la nave, che porta la sacrilega preda, si sfascia ed il turbato flutto del mare riporta alla riva le statue sacre di Apollo; sicchè -- fu superstizione o necessità di resipiscenza? -- Dolabella deve farle rimettere là donde furono prese e donde il popolo, tacito, ne deplorava la mancanza, pur non avendo il coraggio di reclamarle[351].