Quando Polibio[4] iniziava le sue storie, accostandosi pieno di reverenza e di maraviglia, come ad un santuario, a questo spettacolo del mondo intero, com'egli diceva, che in cinquanta e tre anni, non anco compiuti, era caduto tutto sotto la sola signoria romana, avea già un'intuizione, fors'anche men che vaga, della fine remota di quell'immensa fortuna[5]. Altre volte, prima di Roma, era stato sognato e messo ad effetto l'impero del mondo, ma, anche più che nel disegno, nell'adempimento quell'impero non fu mai così vasto, come riescì a Roma formarlo; ed era stata l'opera di un braccio valoroso o di un uomo di genio, ch'era durata quanto la vita che avea animato quel braccio e quella mente, o poco più. Era invece questa la prima volta che non un uomo, ma una città, uno Stato libero, menava a buon fine quell'impresa, che veniva così sin dall'origine acquistando una forza ed una consistenza di cosa non legata ad una breve e precaria vita umana. Il mondo più antico, in un ambito così vasto, non aveva conosciuto se non le signorie personali, nel cui centro vivente trovavano la loro unità tutte le parti dell'imperio. La Grecia avea aggiunto la nozione dello Stato, più astratta e complessa nella sua forma impersonale; ma, sì nella speculazione de' filosofi che nella storia, lo Stato libero non avea sorpassato i limiti di una città, ed ogni più grande compagine riposava sopra legami troppo lenti e materiali. Fu Roma che, preludendo in certa guisa e formando un anello di passaggio tra l'antico ed il nuovo, compose in forma più ordinata, più intima ed organicamente fusa una più grande compagine. Ed a questo giunse per gradi. Come l'aquila, appresso fatta sua insegna, che tenta da prima incerta i primi voli, indi da quelle prove fatta sicura ed incitata, spiega le ali fin dove ala d'emulo non può raggiungerla, nè può seguirla occhio umano; così Roma nelle sue conquiste. La storia è l'opera di tanti e sì diversi elementi, ed è il risultamento di così molteplici cause, in parte poste fuori di ogni previsione, e di un'azione reciproca così varia, che non vi è mente, come si voglia vasta, alla quale sia lecito prevedere in forma distinta e particolareggiata quale sia per essere nell'avvenire, a grande distanza di tempo, la condizione e l'ordinamento di tutto un diverso stato sociale e l'effetto ultimo degli stessi atti compiuti sotto i propri occhi giorno per giorno. E tanti di quelli, che davano a volta a volta la spinta alla nuova politica romana dovettero in ultimo essere essi stessi sorpresi degli effetti di un movimento, che per quanto non rivelasse completamente la sua natura se non a qualche distanza di tempo, pure si chiarì quale nè essi avrebbero voluto che fosse, nè avrebbero mai osato neppure immaginare; tanto in tutte le sue parti fu vario e grandioso. Quando per la prima volta un esercito romano varcò i confini dell'Italia peninsulare, non già la conquista del mondo[6], ma neppure quella della Sicilia, era tra i disegni del popolo e della classe dirigente romana; ma gli eventi, che traggono spesso fino i timidi ed i riluttanti, spingendo anche gl'interessi di classe, condussero all'una cosa ed all'altra. E poichè fatti di tanto momento non potevano seguire senz'esercitare un'azione notevolissima sullo stesso Stato conquistatore, accentuarono le trasformazioni già iniziate e determinarono il più radicale mutamento in tutta la vita pubblica e privata, politica ed economica di Roma.

La nuova vita romana.

L'ambiente, in cui lo Stato di Roma era sin qui stato costretto a muoversi, il suo campo di azione sia fisico che morale, i suoi fini, il suo indirizzo, le sue tendenze, le sue condizioni di vita; infine, come oggi si direbbe, i mezzi onde sin allora avea combattuta, entro e fuori del suo dominio, la lotta per l'esistenza, mutarono in tratto relativamente breve di tempo ed in guisa che ne seguì la più profonda rivoluzione. Una rivoluzione che trasformò radicalmente, con la fisonomia stessa della società e dell'urbe, l'economia pubblica e privata e gli ordini dello Stato, e fecondò e schiuse i germi di tutto il restante sviluppo dell'impero romano; così che, maggiore forse di quelle che mutarono in maniera più appariscente la forma dello Stato, contenendo in sè virtualmente tutto l'avvenire, chiuse il ciclo dell'antica e costituì come la palingenesi della nuova Roma. Ben potevano appresso e scrittori e poeti rimpiangere la Romana paupertas[7], o l'antica semplicità di costumi[8]; l'ala del tempo ed il turbine degli eventi l'avean portate via per sempre, assai più che incendi e commovimenti terrestri non avessero fatto dell'antica città.

Per cinque secoli circa dalla sua fondazione Roma era sempre ascesa per la via della potenza e della vittoria: avea consolidati i suoi ordinamenti, sviluppate le sue forze ed affermata la supremazia del suo nome e delle sue insegne nella penisola. Ma l'incremento che n'ebbe, fu lento e sicuro, i suoi passi misurati e giusti e, per quanto si spingesse innanzi, si trovava pur sempre in paese, la cui civiltà, le cui usanze ed il cui costume non le potevano essere stranieri. Il suo era il progresso naturale di un organismo forte che cresce e si espande, assorbendo gli elementi vitali dell'ambiente che lo circonda, commisurando lo sforzo all'energia, l'assimilazione al bisogno: un progresso insomma calmo e forte, come appunto un grande poeta si piacque di chiamare e figurarsi il progresso. Essa, prima combattendo con i popoli vicini una naturale lotta per l'esistenza, poi cercando appagamento a' suoi bisogni interni ed impiego alle sue energie, avea progredito verso l'egemonia d'Italia, di cui, se la potenza politica ne faceva la signora, la comunione di stirpe e di civiltà e la sua posizione topografica ne doveano fare la capitale. E nelle lunghe lotte, che avean preluso al grandioso destino, Roma avea fatto come la prova delle sue instituzioni civili e militari, e l'ambiente, in cui d'ordinario avea dovuto trovarsi e la maniera e l'indole delle lotte durate, erano stati tali che ne' suoi ordinamenti essa avea dovuto piuttosto riformare e correggere che trasformare; nè la sua indole e la sua vita cittadina, per quanto modificate, aveano potuto esserne mutate radicalmente. Le guerre sostenute co' suoi avversarii d'Italia se, quando aveano avuto una durata assai lunga, aveano scosso, non aveano mai potuto sconvolgere le condizioni interne e l'economia di Roma come quelle che sopravvennero di poi. Gente agricola l'una e l'altra parte, in ugual modo doveano assoggettarsi a certi bisogni e risentirne i danni, e la loro condotta bisognava pure che s'informasse agli uni e agli altri. E i frutti della vittoria si riducevano a prede, quand'anche abbondanti, non opulente; sopratutto ad acquisti di terre, che distribuite alla classe povera romana, sedavano nelle città il fomite di tumulti, e lontano formavano come de' posti avanzati a guardia, a tutela ed incremento del nome e della potenza di Roma. La guerra, malgrado il nuovo ordinamento tattico, non esigendo ancora quelle speciali attitudini e quella genialità che, trasportata in più largo campo, chiese di poi, non contribuiva ancora a creare poteri personali ed era condotta dai consoli in carica, successivamente; sicchè, compiuta, era la vittoria non di questo o di quel generale, ma del popolo romano. Tutto invece mutò con l'allargarsi dell'imperio di Roma; e la guerra con Taranto e Pirro fu come dire l'anello di passaggio tra l'uno e l'altro periodo. La seconda guerra punica specialmente, che pose in tanto pericolo le sorti di Roma, rese necessario il discostarsi straordinariamente e tumultuariamente[9] dalle regole fin'allora serbate nel conferimento e nell'esercizio delle cariche supreme e de' comandi militari. Gli avvenimenti che indi seguirono, guerre lunghe, ostinate, combattute in lontane regioni resero tali eccezioni sempre più frequenti, ed il potere personale de' capi, illimitato insieme e soggetto a scarso controllo per lo stato di guerra e per la distanza, schiudeva l'adito a quelle preponderanze ed egemonie, che in Roma stessa posero termine, prima di fatto e poi anche di nome, alla libertà repubblicana. E co' poteri prorogati, durava ancora prorogata la milizia de' soldati, malcontenti dapprima e reclamanti, come in Ispagna, a gran voce il ritorno, poi placati e lusingati anche dalla speranza delle prede e talvolta anche della nuova vita contenti, congiunti al generale da' vincoli saldi, che creano la vita del campo ed i comuni pericoli; nè d'altro desiderosi che di levarlo sugli scudi, anche sopra la legge e sopra la patria, per partire con lui il frutto delle vittorie cittadine, come avean fatto già delle oltremarine. E intanto l'agricoltura in Italia languiva: i campi già orgoglio e sostentamento de' liberi cittadini, fatti prima deserti cadevano a poco a poco nella voragine de' latifondi; nè altra mèsse portavano, se non coltivata da schiavi, nè per altri l'alimentavano che per opulenti signori, anelanti a profonderne il prezzo in breve ora nel lusso della capitale e delle magnifiche ville. Poichè era tutto che si snaturava; l'antica vita pubblica, l'antica economia e, con esse e con l'antica morale, la vecchia parsimonia romana. Bene l'Epimenide romano, sotto cui Varrone[10] in una delle sue satire nascose forse sè stesso, ben avea ragione di volgersi intorno in tuono di rampogna al trovare intorno a sè tutto mutato. Ma Varrone stesso, il quale scrivea quando già quelle tendenze avean tanto progredito, vedeva a quanto poco approdasse la rampogna che al suo Epimenide altro guiderdone non concedeva se non quello di essere, per far onore al nuovo costume e ad un vecchio proverbio, gittato dal ponte.

La rivoluzione economica.

Roma era sorta e si era sviluppata, come un paese essenzialmente agricolo, e la sua economia era stata delle più semplici. Le prime monete d'argento coniate in Roma rimontano all'anno 485 o 486 (268 av. C.) secondo che si sta alla fede di Plinio o degli annalisti[11]. La questione concernente il didracmo di Servio Tullio ha un valore più numismatico che economico. Monete d'argento, sopratutto de' paesi vicini, dovettero già da lunga pezza innanzi per rapporti commerciali penetrare in Roma; ma si può ritenere che a Roma, come nel Lazio, nel Piceno e nell'Italia settentrionale, era la moneta di rame, che avea corso legale e costituiva la base de' calcoli. «Una linea che andava dall'imboccatura del Liri al Monte Gargano separava il dominio dell'aes grave da quella ove si fabbricavano le belle monete d'argento di Cuma, di Napoli e delle repubbliche della Magna Grecia. Quando Roma ebbe sorpassato questa linea, la moneta d'argento cominciò sempre più a penetrare in Roma prima da Capua, che ne fabbricò anche per conto di Roma; poi dal Sannio nel suo trionfo Papirio Cursore ne fe' portare una notevole quantità (Liv. X, 46) e, quando vennero conquistati Taranto e la Magna Grecia, già una rivoluzione economica si annunziava»[12]. Gli avvenimenti che seguirono poi e fecero affluire a Roma i tesori del mondo, l'affrettarono e le dettero una portata che altrimenti non avrebbe potuto avere. La grande quantità di numerario, che così improvvisamente sopravveniva, congiunta alla rapida e continua circolazione[13], fece sì che il valore ne scadesse, portando necessariamente come corrispettivo un rincaro nel prezzo delle merci. Questo popolo che prima era stato avvezzo a considerare come la maggiore e quasi unica sorgente di ricchezza la terra, da cui in fondo derivavano anche i capitali dati ad interesse, si vide innanzi agli occhi l'altra inesausta e seduttrice fonte de' traffici, delle imprese più o meno grandiose, delle speculazioni di banca e di borsa. Il secolo nostro è fatto appunto per farci intendere, meglio che ogni altro forse non avrebbe potuto, questo periodo della vita romana. L'elemento economico è quello che forma il sostrato della vita sociale, onde, in varia maniera alimentate, emergono le varie manifestazioni e tendenze; varie nell'aspetto e nella forma e pur congiunte in una sola radice. Questa febbre di subiti guadagni, che a tratti a tratti si manifesta in grado più alto, che Dante sfolgorò a' suoi tempi, che noi abbiamo vista invadere a dirittura la Francia sotto la monarchia di luglio ed il secondo Impero, allargarsi poi alla vita tedesca dopo le vittorie degli ultimi anni ed alla vita italiana e divenire caratteristica dell'epoca nostra; invase Roma, piegando sotto l'alito suo tutta la vita cittadina.

Una nuova funzione si forma un nuovo organo, e la nuova corrente economica se non creò già una nuova classe, le seppe infondere uno spirito, un'indole, un indirizzo ed un atteggiamento diverso. Del grande mercato del mondo che ora si apriva all'attività romana, le due classi, che sin qui aveano l'una contro l'altra lottato, non potevano avvantaggiarsi: non la plebe, per mancanza di capitali esclusa da' grandi commerci e, dopo essere stata un po' scossa dalle guerre antecedenti alle puniche, rovinata addirittura da queste; non i nobili, che divisi fra il desiderio del lucro, la tradizione e l'orgoglio nativo, aveano, in apparenza almeno ed in virtù di legge, dovuto veder prevalere la considerazione di questi ultimi, aspettando con raffinata ipocrisia di poter comporre insieme, come poi fecero, le tre forze cozzanti.

I cavalieri.

Vi era una instituzione che, cominciata come un'istituzione di indole assolutamente militare, si era sotto l'azione del principio timocratico ogni dì prevalente, ampliata sempre più e costituita sotto forma di ordine della cittadinanza, che dell'antica sostanza non conservava omai se non il nome e le insegne. Il censo, che da prima non avea servito se non a costituire una delle condizioni necessarie per l'adempimento dell'ufficio dallo stesso nome designato, avea finito per costituire da sè solo il fondamento del nuovo ordine ed insieme la ragion d'essere e l'arma dalla classe. Roma, nell'estendere la sua potenza sull'Italia, con le concessioni di cittadinanza, con le colonie, con tutte le altre sue ramificazioni era divenuta più che la soggiogatrice, la metropoli di molta parte d'Italia; e la parte migliore della cittadinanza delle città italiche di diversa denominazione, rifluiva a Roma, quasi come nuovo e giovane rampollo che s'innesti su di un forte tronco, ed a mezzo appunto dell'ordine equestre entrava a partecipare più direttamente alla vita pubblica un così forte elemento rinnovatore com'era quello che si sarebbe potuto chiamare della nobiltà italica.

Ma questo elemento, prima di assorgere al maggior grado di forza, non faceva parte per se stesso; esso corrispondeva agli homines novi, capi della plebe rurale[14], che con questa facevano causa comune e combattevano sotto una bandiera nel comune interesse. Quest'ordine, che il Belot compara alla classe de' francs-tenanciers, a quella borghesia campagnuola dell'Inghilterra, ove Cromwell reclutò i suoi squadroni di ironcoates[15]; venuto anch'esso dalle aziende agricole, dalla sana, dalla rude, dalla semplice vita campagnuola, si distingueva da prima per un attaccamento alla probità, al valore, al buono ed onesto vivere civile: ma, distolto dal quel primo genere di economia, fu preso nel giro della nuova speculazione e ne uscì esso stesso trasformato. La speculazione bancaria e gabellare fu, è vero, esercitata d'ordinario da corpi collettivi, da grandi società in accomandita[16]; ma il nucleo principale di essi era pur sempre rappresentato da cavalieri, divenuti così i gestori privilegiati della grande speculazione, di buoni campagnuoli fatti sagaci mercanti, di modesti proprietari fatti arditi banchieri e di temperanti paesani fatti pubblicani e spesso avidi e sfrontati pubblicani. Erano essi che schiudevano e chiudevano i rivoli d'oro, i soli atti omai a fecondare la nuova vita cittadina: e s'imposero. Quel senso dell'opportunità, o come bruttamente è stato chiamato di poi l'opportunismo, quell'arte fatta d'interessi e di espedienti, che tutto mette a partito e tutto fa valere ed ogni cosa riduce a spiccioli; essi la trasportarono spesse volte dal mondo degli affari in quello della politica; ed il loro ausilio e il poter loro, abilmente negati o concessi, promessi o distolti, furono come la spada che, nelle aspre e diuturne contese politiche, gittata nella bilancia, la fece traboccare da una parte o dall'altra. E tutto ebbero: il fasto, la ricchezza, il potere: anche quello che negli Stati antichi era stata la maggiore manifestazione del potere, il diritto di giudicare, ch'essi fecero pendere come la spada di Damocle sul capo di amici e nemici.