Il nuovo costume.
Notevole analogia, il χρήματ' ἁνήρ[17] (l'uomo val quel che possiede), che aveva designato il tralignamento di Sparta, ricomparisce meno laconicamente in un verso di Lucilio[18]: «Tantum habeas, tantum ipse si es, tantique habearis.» Compagni e forieri della mutata vita economica erano stati i nuovi andazzi de' costumi, delle fogge, delle maniere di vita. Con l'eco delle vittorie e con l'oro de' vinti erano penetrati in Roma, a frotte, tutta la corrotta genìa di parassiti, tutto quel nugolo di artefici della corruzione, che si erano schiusi dal seno della decadente civiltà greca, ed al rustico Lazio apportavano tutti i più raffinati amminicoli di un'età corrotta, tutti i più fieri veleni della vita, larvati sotto le più liete apparenze. L'elemento greco certamente aveva avuto sempre, a mezzo delle colonie italiche, contatto con la vita romana, e non avea potuto non esercitarvi la sua azione[19]; ma ora addirittura v'irruppe, e con le sue correnti meno sane, fatte per giunta tramite di tutta la corrotta vita orientale.
La monotona vita romana ne fu come affascinata, e vi si tuffò sitibonda, e tanto più inappagata quanto più ebbra. Dalle statue e dalle tele, di cui non erano capaci d'intendere la suprema bellezza, alle fogge del vestire; dalle più corrotte manifestazioni dell'arte decadente fino alle creazioni più forbite del lusso, tutto essi vollero e a tutto si attaccarono con foga assimilatrice, più della stessa impudica imperatrice nondum laxati sed satii. Oh, la tenue saliera di argento, solo ornamento alla mensa[20], come scomparve sotto l'onda del ricco vasellame! La piena corruttrice ed innovatrice dilagò per tutto, e non ne fu salva, nemmeno nella semplicità sua materiale, la casa. «I nostri vecchi -- diceva un satirico[21] -- dimoravano in case fatte di mattoni con un buon fondamento di pietra per evitare l'umidità;» «canne intrecciate con virgulti sparsi d'argilla facevano le veci di tegole;» «dopo la messe raccoglievano lo strame da' campi per accomodarle.
Disparità delle fortune.
Tempi passati! Ora di fronte a quelle vecchie memorie sorgevano i lussureggianti edificii, la casa di Scauro[22], gli atrî di Crasso[23]. Fu dapprima il bisogno che si sentì di far posto a tutta la popolazione la quale traeva a Roma e di rendere le abitazioni più commode[24]; ma ben presto al puro sentimento dei bisogno si attaccò il lusso e la vinse su quello. «Greci modelli -- dice lo Jordan[25] -- sia della madre patria che delle colonie dell'Italia meridionale e della Sicilia trovarono un terreno fecondo nella nobiltà romana tutta animata da uno spirito di progresso e tutta penetrata dalla civiltà greca; e le casse dello Stato ricolme e le ricchezze private subitamente moltiplicate allettarono a dotare e lo Stato e la casa delle più belle opere ed ornamenti della più avanzata civiltà greca.» Ma, accanto agli alti e splendidi palagi sorgenti maestosi, si restringevano quasi vergognose le antiche case, asilo alla plebe, alla poveraglia che in folla vi cercava ricetto. Strano contrasto che tolse ogni armonico aspetto alla città fino all'incendio di Nerone[26], e che rendeva materialmente immagine della società romana del tempo. Come nell'aspetto materiale della città, così nell'ordine economico e morale quel che più colpiva era la disparità enorme delle fortune. Il criterio della ricchezza era stranamente mutato: il numerario depreziato, gli aumentati bisogni, le merci rincarite di prezzo, il giro rapido de' capitali e la febbre della ricchezza, faceano sì che Varrone[27] poteva dire, accennando a' progenitori che «quod nunc satis sibi vix putant, lautum [habebant].» Lucilio[28] si domandava: Quid vero est, centum ac ducentum possideas si milium; e M. Crasso diceva che quegli solo era al caso di chiamarsi ricco, che era in grado di mantenere un esercito[29].
E questa vita di dissipazione, prodotta in gran parte dal modo stesso di acquisto della ricchezza[30], era come una macchina, che prendeva tutti nel suo ingranaggio, divorando sopra tutto le piccole fortune, poichè un antico adagio diceva che «quando il povero prende ad imitare il ricco, va in malora»[31]. Poche volte forse si ebbe tal cumulo di debiti, quanti ne portavano addosso allegramente i più importanti uomini politici e gli uomini più alla moda del tempo[32].
La classe media rósa da' debiti, sopraffatta dalla grande proprietà, dalla decrescente produzione[33], scompariva portando seco la memoria del buon tempo antico, l'antica temperanza e le antiche virtù. Quella vita di crapule e di disordine, di lusso e di miseria, quel miraggio di oro e quello spettacolo di affamati, aveano finito naturalmente col sovvertire il senso morale, naufrago immane nell'infuriare di sì cozzanti elementi. «Gli avi ed i proavi nostri -- diceva l'eterno ruminatore[34] Varrone -- quand'anche il parlar loro sentisse di aglio e di cipolla, aveano l'anima sana[35].» Ed ora? Si eran fatte inquilinae l'empietà, la perfidia, la impudicizia[36]. Il male pubblico si era insinuato nelle famiglie, sovvertendone la stessa esistenza: «qual bimbo di soli dieci anni non è buono non dico a spegnere, ma a toglier via tranquillamente il padre di veleno?[37]» Al concetto etico della vita s'era sostituito l'ideale del piacere, al criterio morale il senso della più bassa utilità, e sola stella polare, sola bussola e sola guida il danaro. Era l'onda de' piaceri e delle seduzioni che si allargava, invadendo e chiamando, tra una turba opulenta, avida e prepotente, ed una plebe affamata di godimento e di pane.
La vita politica.
La vita politica, che era già da tante cose guasta ed inquinata, risentì tutta l'azione di queste correnti corruttrici e finì di foggiarsi a dirittura sul nuovo stato di cose. Variato era omai il compito della politica romana; variati gli elementi, onde il popolo sovrano ed imperante si componeva. Sino alle guerre puniche il popolo non era stato chiamato a pronunziarsi che sopra cose le quali non potevano di gran lunga oltrepassare la cerchia della sua capacità e delle sue conoscenze. Si trattava di un governo non certo così complicato come si fece di poi e di rapporti con popoli d'Italia, delle cui cose anche il popolo dovea avere men vaga conoscenza che non delle nazioni oltremarine.
Quando invece occorse disporre e regolare le cose del mondo, trattare del contegno da tenere di fronte alle nazioni, di cui il nome si udiva forse a Roma per la prima volta, e del modo di comportarsi in paesi, della cui posizione e della cui natura non era facile nemmeno farsi un'idea; il còmpito era mutato. Alla massa faceva difetto la conoscenza di tutti i fatti, che qui doveano essere presi in esame e la capacità di tirare una retta e sicura conclusione dalla comparazione di rapporti così complicati, ed essa stessa sentiva l'insufficenza delle sue forze a poter formarsi un proprio convincimento sopra cose tanto difficoltose. Era poco lusinghiero, ma non perciò meno giusto, quando il vecchio Catone la paragonava ad un gregge di pecore, di cui ciascuna presa da sola era difficile guidare; ma che messe insieme pecorinamente traevano dietro alla voce del conduttore[38]. E in tutto questo vi era già in germe il fondamento di tutti quei poteri personali che, durati senza interruzione negli ultimi tempi della repubblica ed esercitati solo con maggiore o minore energia, riescirono alla fondazione dell'impero. Nè solo la materia del governo era mutata, ma la natura stessa de' governanti. Il popolo imperante non era più, come un tempo, composto di quegli agricoltori, di que' piccoli proprietari che, insieme alla fierezza del nome romano, aveano vivo il sentimento d'interesse alla cosa pubblica, così intimamente connessa alle loro private fortune. Era questo il tempo in cui traeva in folla alla capitale, oltre a tutti gli avventurieri stranieri, il proletariato d'Italia, sedotto dalle largizioni di frumento, ed a quella continua onda rifluente, la città, in un'esuberanza di crescenza, si espandeva anche oltre la cerchia dell'antico pomerio[39]. Schiavi emancipati a frotte, per motivi specialmente economici se vecchi, ed in ogni modo per l'invalso spirito di prodigalità e per intenti politici, inquinavano la massa del popolo; e il popolo romano, questo popolo innanzi al quale piativano popoli e re, era formato, come ben dice uno scrittore, «di signori del mondo che erano in imbarazzo pel pane quotidiano e doveano appartenere a chi li sfamasse[40]. Di qui quella corruzione elettorale, che assunse proporzioni straordinarie e prima timidamente tentata, si affermò poi sfacciata alla luce del sole.» Che cosa può esservi di più efficace -- diceva Nevio[41] -- quando parla il danaro? -- E Varrone[42]: «Dove prima erano comizii, ora è mercato.» «L'oro annebbia gli occhi non meno del puro vino.»