La corruzione elettorale e la dilapidazione delle provincie.
La corruzione elettorale giunse a tal punto che palesemente venivano mercanteggiati i voti e fatte distribuzioni per accaparrarli: quello di agente elettorale divenne un mestiere e i nomenclatores, i divisores, i sequestres, i deductores divennero una parte integrante della nuova vita pubblica romana[43]. Oltre alle corporazioni già esistenti le quali, come più tardi nelle elezioni municipali di Pompei[44], prendevano viva parte alla lotta elettorale, se ne costituirono delle altre con l'unico scopo di brogliare nell'elezioni, che disciolte sempre ripullulavano.
Dice Carlo Marx: «Col diffondersi della circolazione delle merci cresce la potenza del danaro, omai già compiuta, assoluta forma sociale della ricchezza. «L'oro è una cosa mirabile. Chi lo possiede è signore di tutto quello che vuole. Con l'oro si possono perfino mandare le anime in paradiso (Colombo, Lettera della Giamaica, 1503).» «Poichè non può scorgersi quello che si è trasformato nel danaro, tutto, sia merce o non sia, si trasforma in danaro. Tutto diviene oggetto di compera e di vendita. La circolazione diviene la grande storta sociale, in cui tutto va a finire per riescirne ancora cristallo-moneta. A quest'alchimia non resistono nemmeno le ossa de' santi e meno che mai le meno grossolane res sacrosanctae, extra commercium hominum. Come nella moneta è cancellata ogni distinzione qualitativa delle merci, alla sua volta, come un radicale livellatore, essa cancella tutte le differenze. Ma la moneta è anch'essa merce, una cosa materiale che può divenire proprietà di ognuno. Così la potenza sociale diviene potenza privata di un privato. Perciò la società antica la denunzia come lo strumento del traffico del suo ordinamento economico e morale»[45].
D'allora nessuna colpa fu tanto grave in un candidato quanto la povertà o l'avarizia. L'edilità imposta e richiesta con pari ardore (furiosa aedilitatis expectatio) era la misura della larghezza de' candidati[46]. E dalla lebbra nuova poteva dirsi ormai che nessuno quasi andasse immune; era l'ambiente che s'imponeva e Cicerone cominciava perfino a fare delle distinzioni scolastiche tra beneficenza e corruzione. Una elezione importava una spesa talvolta ingente, capace di assorbire un patrimonio; e non si recedeva innanzi ad esso. Gli è che l'ambizione e l'avarizia si davano insieme la mano, e nel danaro oggi profuso per comprare la carica, i più vedevano la posta che domani avrebbe reso il cento per uno; e le ricchezze profuse nel foro sarebbero tornate in casa centuplicate ne' vascelli carichi di oro e di tesori artistici, che facean vela da' porti delle smunte provincie. Roma ebbe i suoi politicians, che della vita pubblica si facevano una professione, gente che Lucilio[47] vedeva:
a mane ad noctem festo atque profesto
totus item pariterque die populusque patresque
iactare indu foro se omnes decedere nusquam,
uni atque eidem studio omnes dedere et arti
verba dare ut caute possint, pugnare dolose
blanditia certare, bonum simulare verumse