Tutte quelle ragioni, che avevano portato ad irrigidire in un congegno legale l’attività industriale, fomentate dallo stimolo di assicurare l’esazione de’ tributi, puntelli allo Stato tarlato e crollante, conducevano a rendere rigida e immutabile anche quella nuova formazione economica sociale che doveva dare a tutti alimento.
Il servaggio, qual’era omai il colonato, diveniva così, sempre più, non l’espressione di un’attività più feconda, suscitata da’ tributi o dal bisogno di una cultura intensiva; ma il fenomeno più perspicuo di un collasso sociale, di un estenuarsi graduale delle forze economiche. Quelle norme, che alle stesse classi dominanti erano o sarebbero sembrati vincoli in tempo e in luogo di grande sviluppo economico, erano ora una necessità economica, una forza, un mezzo di vita.
Dove forse il capitale era meno raro, od altre condizioni capaci di agevolare la cultura potevano dispensare dalla costituzione del servaggio, la stessa legge, nello stesso interesse delle classi dominanti, teneva il colonato ne’ termini di un’istituzione contrattuale[968]; ma quelle condizioni venivano meno, ed ecco che subentrava subito il servaggio[969], procedendo sempre, sempre allargandosi, ricacciando nell’ombra la schiavitù coll’abbassarne e menomarne la funzione.
XVIII.
La schiavitù non veniva abolita per legge, e anche in pratica seguitava a persistere ancora a lungo[970], ma come una sopravvivenza.
Ciò che costituiva il carattere distintivo della nuova epoca, la misura della sua potenzialità produttiva, la forma della sua economia erano il servaggio nell’àmbito dell’agricoltura, e nell’industria un modo di produzione oscillante tra la produzione casalinga e l’artigianato.
Sopra questo sostrato poggiava la nuova società e in esso avevano radice quelle varietà di manifestazioni sociali, che n’erano l’espressione morale, come quella struttura n’era l’espressione economica.
La schiavitù, quasi per virtù d’inerzia, stentava a sparire del tutto, ma, ricacciata nel puro uso domestico o divenuta un oggetto di lusso[971], raggiungeva anche talvolta una proporzione magari elevata[972], massime se era alimentata da guerre, cui davano l’impronta i contrasti di religione e di razza, e se rispondeva a qualche bisogno reale[973] od era fomentata dalla crescente ricchezza. Tuttavia, anche nel suo notevole numero, durava in realtà stenta, priva di una vera funzione sociale; finchè la scoperta del nuovo mondo e il vasto sviluppo coloniale, chiamandola di nuovo a fornire forze di lavoro, nella deficienza di un proletariato che potesse darle, tornava a darle uno sviluppo straordinario e rinnovava — in quanto il diverso ambiente fisico e i nuovi tempi consentivano — insieme agli orrori, l’immagine della schiavitù antica.
Ma la ricchezza accumulata ne’ secoli dal lavoro persistente di quei servi e di quegli schiavi, i progressi tecnici da quelle stesse anguste condizioni della produzione suscitati e lentamente realizzati in quel faticoso risorgere dell’economia, e finalmente le forze naturali sempre più vittoriosamente soggiogate e meglio usate, erano tutte cose, onde sorgevano condizioni di vita sociale, a cui il servaggio e la schiavitù, già istrumenti, divenivano inceppi, e donde si sviluppavano nuove forme di coscienza morale, foriere di diverse istituzioni.
Schiavitù e servaggio, dati finalmente in olocausto a una nuova èra economica e civile, cedevano il campo al salariato, servitù dissimulata, strumento più elastico e duttile alla nuova, gigantesca e prepotente forza del capitale; destinato, nondimeno, anch’esso, il salariato, a dissolversi per un processo intimo, analogo al processo di dissoluzione della schiavitù e del servaggio e, come in quegli altri periodi, destinato ad aprire con la sua stessa decomposizione, una nuova èra, lunga aspirazione, feconda, laboriosa incubazione de’ secoli, di cui ora la storia par che attinga la soglia.