Gli schiavi fuggiaschi e quelli manomessi che non trovavano lavoro, i barbari accolti per necessità politica nel territorio dell’Impero e quelli attratti per coltivare le terre abbandonate: tutti, con diversi nomi, sotto diverse forme rientravano nella categoria generale del colonato.
Nel settentrione e nel mezzogiorno, in paesi di popolazione relativamente densa e relativamente rada, dovunque il capitale difettasse o fosse inadeguato alla coltura, sorgeva o risorgeva e si diffondeva il colonato.
E dico che risorgeva, riferendomi anche alle più antiche forme di servaggio, le quali sono state evocate a proposito del colonato, ma non già per evocarle, alla mia volta, come un modello che, artificialmente e consapevolmente imitato, avrebbe portato alla diffusione del colonato e del servaggio in cui esso si tradusse.
Sarebbe assai arduo il dire se ne’ paesi di arretrato sviluppo economico l’antico servaggio riuscì a persistere, più o meno larvato. Il nuovo servaggio, in ogni modo, non sorgeva per forza di espansione di questi residui di un remoto passato; ma perchè, per un fenomeno di regresso economico, si riproduceva quella stessa deficienza di capitali, quello stesso scarso svolgimento delle forze produttive, che, come si è visto in principio di questo lavoro, faceva preludere all’evoluzione economica col servaggio e ve lo manteneva, dove un più maturo e più rapido sviluppo economico era impedito.
L’antico servaggio quindi non giova a chi vorrebbe servirsene per indurne la continuità storica col colonato e la sua diffusione, dirò così, epidemica; serve invece benissimo a mostrare come il verificarsi di una condizione economica analoga a quella che l’aveva prodotto nell’antichità, tornava a produrlo nello sfasciarsi del mondo antico, al sorgere dell’Evo medio.
E tante cause secondarie che, per via più o meno indiretta, si ricongiungevano alla causa accennata, contribuivano vie maggiormente a diffondere e ad acclimatare il servaggio.
In quello stato sociale malsicuro, con un’organizzazione politica oppressiva all’interno e fiacca all’esterno, che suscitava rapine, che lasciava l’adito aperto ad invasioni, come non dovea essere malsicuro il possesso di schiavi, pronti alla fuga, pronti all’insidia e alla rivolta?
Si diradava quindi questa specie d’instrumentum vocale insieme a quelle altre specie che costituivano la pastorizia e che avevano, a preferenza di ogni altra industria, bisogno di sicurezza per sussistere e progredire.
E, tra il declinare della pastorizia e le condizioni poco adatte all’ampliamento di colture intensive, tra le importazioni di frumento rese sempre più difficili, riprendeva piede, dove e come poteva, la coltura de’ cereali, a cui, come già Columella[967] aveva osservato alcuni secoli prima, era tanto adatta l’opera del colono quanto era disadatta quella dello schiavo; e tanto più disadatta, quanto più aveva a fare con un suolo esaurito.
Questi nuovi rapporti economici, sorti così per necessità obbiettiva nel processo della storia e resi obbligatori, prima ne’ fondi imperiali per autorità di principe o prepotenza di ufficiali, e poi negli stessi latifondi per prepotenza di proprietarî, avevano la loro ultima sanzione per prepotenza di legge. Allora, a poco a poco, la prescrizione, la discendenza, tutto concorreva ad allargare il ceto de’ coloni, ridotto ad una classe chiusa se si trattava d’impedirne l’uscita, aperta se si trattava di ampliarla come che sia, sopra tutto con gli equivoci legali e gli atti di violenza che, dato il riconoscimento legale della categoria, servivano a procacciare servi, anche meglio che prima non avevano potuto servire a procacciare schiavi.