Quel rinnovamento edilizio, che suole corrispondere ad un periodo di espansione economica e che già sotto i Pisistratidi si era affacciato col cominciare di uno stato di benessere materiale, non potea questa volta mancare; e s’impose e fu grandioso, quanto non sembrava possibile immaginare. Tutto quanto potevano suggerire le esigenze della difesa, prima, e poi, a grado a grado, quelle del culto, della vita pubblica, della bellezza, fu compiuto con un senso d’arte e una prodiga magnificenza, di cui non si saprebbe trovare l’uguale. Il proposito, che qualcuno attribuisce a Temistocle di voler fare a dirittura del Pireo il centro della vita cittadina, e l’opposto proposito di Cimone, che non sapeva staccarsi dalle antiche sacre sedi, aveano finito col dar luogo ad una doppia città, la quale si sviluppava contemporaneamente in due ambienti diversi, tendenti a ricongiungersi. Mentre, da un lato, il Pireo si cingeva di mura e si ordinava a forma di città, dall’altro, l’Acropoli, fornita di mura di sostegno e spianata, invitava quasi alla costruzione de’ monumenti insigni eretti di poi; e il primo lungo muro congiungeva la città mediterranea e la marina; opere tutte grandiose, a cui, per ironia della sorte, avea contribuito il prezzo di riscatto de’ Persiani, venuti a soggiogare la Grecia e rimasti prigionieri[157]. Ma, per grandi che fossero queste opere, esse erano soltanto l’inizio di una somma ingente di lavori, ne’ quali si veniva realizzando il piano da Pericle concepito di fare di Atene, non solo una città inespugnabile, ma, col contributo stesso della Grecia, l’incarnazione di tutto quanto la Grecia avesse di grande e di bello; non solo il baluardo, ma l’ornamento e l’orgoglio del mondo ellenico. Così, dal completamento delle lunghe mura a quello del Partenone, dalla costruzione dell’Odeion a quella de’ Propilei, fu una vera febbre edilizia, che assalse il paese, e si risolveva incessantemente in nuove opere, ora per agevolare le operazioni del commercio nel Pireo, ora per soddisfare un bisogno religioso, ora per appagare il crescente senso estetico, ora per il riordinamento stesso della città, sotto la guida de’ più geniali e perfetti artisti che sieno mai stati al mondo[158]. La spesa fu enorme: i soli Propilei costarono duemila e dodici talenti, spesi in soli cinque anni[159]. Il bilancio dello Stato ne fu gravato in guisa che, a quanto è stato calcolato, da’ quattrocento talenti annui di spese ordinarie, salì, specialmente poi col sopravvenire delle esigenze della guerra, a duemila quattrocentotrenta talenti annui (ol. 86,3-87,1) e a duemila ottocentosettanta talenti (ol. 87,2)[160].
VIII.
Accanto al notevolissimo sviluppo economico, dovuto all’acquistato imperio del mare, a’ commerci più doviziosi e frequenti, al danaro abbondante, è facile immaginare quale azione dovesse avere sulla vita ateniese anche questa semplice erogazione dello Stato, considerata da sola. Opere costruite qualche volta con fretta precipitosa, come ne’ lavori di difesa, sempre con tutta speditezza, esigevano già, come primo ed immediato effetto, un gran numero di braccia, e mettevano a partito tutte le forze utili di lavoro del luogo, ed altre ne richiamavano di fuori. In linea secondaria e mediata, poi, ne seguiva, che Atene diveniva un centro di popolazione sempre più densa, e si rendeva più celere il giro della moneta, dato uno stato di benessere come quello, in parte anche artificiale. Gli effetti si riverberavano quindi su tutte le manifestazioni economiche del paese, allargando, come avvenne, rispetto all’agricoltura, la zona della coltura intensiva[161], e, rispetto alla produzione industriale, portando quella maggiore divisione del lavoro e quella maggiore perfezione del prodotto che, come già notava in un tratto tante volte citato Senofonte[162], sogliono corrispondere appunto alla maggiore richiesta, determinata da una maggiore popolazione. In questo periodo dobbiamo fors’anche vedere il germe di quelle manifatture più o meno rudimentali, più o meno sviluppate, di cui abbiamo più sicuro documento al IV secolo, negli oratori, ma la cui esistenza è pure indirettamente[163], o direttamente[164] portata a nostra notizia per la fine del V secolo e il principio del IV.
È a questo periodo che dobbiamo attribuire uno sviluppo abbastanza notevole della schiavitù ad Atene. Benchè, tra i molteplici fini di quelle ingenti costruzioni, vi fosse quello di dar lavoro a’ cittadini[165], e per quanto potessero concorrere a prestare l’opera loro tanti di quei meteci, che anche appresso sopperivano a tanta parte delle esigenze del lavoro in Atene[166]; pure il numero degli schiavi si dovette venire notevolmente accrescendo. Come domestici, per il servizio stabile della casa, più che a preferenza, doveano essere adibiti, si può dire, esclusivamente gli schiavi. Il lusso era ben lontano dall’assumere in Atene le proporzioni che assunse nel periodo dell’impero romano, e il numero degli schiavi addetti al servizio domestico era contenuto in termini piuttosto modesti. I casi di schiavi assai numerosi addetti al semplice servizio domestico e a quelli di parata, si possono ritenere come rari ed eccezionali; mentre compaiono in proporzioni limitate nelle commedie, e la scorta di persone ricche e amanti di un certo fasto è limitata a pochissimi schiavi[167]. Molta parte de’ servizi domestici dovea essere poi disimpegnata dalle donne nella casa[168]. Il crescere dell’agiatezza e de’ bisogni ampliava in ogni modo il numero degli schiavi. Ma, d’altra parte, molti bisogni, a cui prima si sopperiva in casa, cominciavano ad essere soddisfatti fuori. La vendita della farina[169], quella del pane[170], il sorgere di speciali centri produttori di oggetti di vestiario[171] importavano una diminuzione della gente di servizio domestica, addetta a quelle bisogne; o l’esempio di Pericle[172], che si provvedeva fuori di casa, a seconda del bisogno, di ciò che gli occorresse, dovea rappresentare tutt’altro che un caso isolato.
L’industria estrattiva, e non delle miniere d’argento soltanto, ma anche de’ materiali di costruzione[173], che veniva fatta in condizioni di non molta sicurezza e riesciva grave, insieme, di pericolo e di fatiche, era un retaggio degli schiavi. Le officine, le manifatture, gli spacci più o meno grandi, là dove si sostituivano alla produzione casalinga, adoperavano, almeno a preferenza, schiavi: ce lo fanno argomentare il numero rilevante di schiavi operai (χειροτέχναι), a cui accenna Tucidide, e le testimonianze esplicite, che troviamo del loro impiego, dall’esordire del IV secolo.
Del numero concreto di schiavi esistenti allora in Atene non abbiamo notizia; ma sappiamo in ogni modo che era inferiore a quello della Laconia, inferiore anche a quello degli schiavi di Chio, che avea una estensione inferiore a un terzo dell’Attica[174].
IX.
Accanto al lavoro servile sussisteva e si svolgeva il lavoro libero[175].
Negli scritti specialmente de’ filosofi, più che il lavoro, i lavoratori non godono di molta considerazione[176]; e la cosa è naturale. Chi era in grado di vivere del lavoro altrui, avea modo di dedicarsi esclusivamente alla politica, alla cultura della mente, a quegli esercizi del corpo, che costituivano pe’ Greci un agone di emulazione e di gloria. La sua persona quindi era meglio sviluppata e più elegante, la sua mente si elevava, i suoi costumi, se non s’ingentilivano, si raffinavano; e, chi non riesciva ad avere un valore reale e diveniva soltanto un bellimbusto e un uomo alla moda, raccoglieva pur sempre l’effimero successo della folla, che si ferma volentieri a ciò che è bello esteriormente e che splende. Chi invece dovea campare col suo lavoro la vita, assorbito nella sua opera manuale, restava d’ordinario fisicamente e intellettualmente inferiore a quegli altri; e il mondo che paga, quando lo paga, chi gli è utile, e va dietro a chi lo diverte, non poteva che constatare la inferiorità loro e considerarli da questo punto di vista. Sotto questo rapporto, l’opinione degli antichi sul lavoro manuale non era che il riflesso di uno stato di fatto; e, se anche oggi lo si dissimula con maggiore ipocrisia, in fondo era lo stesso di quello che oggi impera anche presso di noi, specie dove le condizioni della classe lavoratrice sono più depresse e il loro sviluppo più basso. Ma anche allora, come ora, ciò che spingeva al lavoro manuale era il bisogno, e, per quanto forte potesse essere il pregiudizio contro di esso, il bisogno finiva per vincerla sul pregiudizio.
Il lungo periodo di strettezze e di depressione economica, attraverso cui era passata Atene specialmente, avea dovuto dare un impulso ad ogni specie di lavoro utile; e la tradizione dell’incoraggiamento all’esercizio de’ mestieri, è, come tante altre, riportata specialmente a Solone[177]. Ma l’incremento de’ mestieri è tanto più antico: lo provano l’antichità dell’industria ceramica, l’inno ad Efesto, la tradizione che de’ lavoratori (ἐργάδεις) faceva nientemeno che una tribù[178], la menzione di Solone stesso in una delle sue elegie[179], i due posti d’arconte concessi a’ demiurghi dopo Damasia[180], le feste artigiane[181]. L’inoperosità di quelli specialmente, che non aveano come provvedere alla propria sussistenza, oltre all’esser corretta dal bisogno, dovea destare una legittima preoccupazione ne’ reggitori dello Stato, sino al punto di condurre a quell’accusa d’ozio (γραφὴ ἀργίας), che si è voluta riportare sino a Dracone[182]. L’incoraggiamento a’ mestieri e il proposito di trapiantare nell’Attica anche quelli sin’allora ignoti o non diffusi, richiamandovi i forestieri, è cosa che sta interamente nel carattere della legislazione e del tempo di Solone[183]. Frenare, se non a dirittura impedire la diffusione della schiavitù, è cosa conforme anche al periodo de’ tiranni: lo sappiamo espressamente per Periandro[184], ed abbiamo facoltà di ammettere altrettanto per Pisistrato. Benchè egli favorisse a preferenza il lavoro agricolo, pure il progresso economico e la crescente costruzione di opere pubbliche doveano, direttamente o indirettamente, condurre alla diffusione delle arti manuali, allo sviluppo di un ceto di artigiani.