Alla fine del secolo quinto la classe di artigiani era già largamente diffusa: ne fa menzione Aristofane, ora in via di semplice accenno, ora con piglio burbero[185]. Ma Plutarco[186], sopratutto, raccogliendo poi la tradizione dell’età periclèa, ci mostra come l’operosità spiegata nelle pubbliche costruzioni sotto la egemonia di Pericle “con la varietà de’ bisogni, suscitasse tutte le arti e movesse tutte le mani, dando quasi a tutta la cittadinanza una mercede ed ornando così e alimentando al tempo stesso la città..... Giacchè vi erano legname, pietre, rame, avorio, oro, ebano, cipresso e vi erano le arti che lavoravano e adoperavano queste cose: falegnami, lavoratori in rame, formatori, scalpellini, tintori, lavoranti in oro ed avorio, ricamatori, fonditori, gente che attendeva a’ trasporti per mare, come commercianti, barcaiuoli, piloti, e, per terra, come costruttori di carri, vetturali, carrettieri, e poi funaiuoli, linaiuoli, calzolai, selciatori di strade, lavoranti in metallo. Ogni arte, come ogni generale ha il suo esercito, avea i suoi salariati ed i suoi aiutanti, fatti organo e strumento di quella categoria di servizi; sicchè, per così dire, tutti questi mestieri distribuivano e spargevano per ogni età e per ogni sesso il benessere„.

X.

Nell’agricoltura il lavoro de’ liberi dovea poi avere una parte preponderante. Mentre la proprietà fondiaria era molto frazionata, alla cultura di questi piccoli lotti attendeva il proprietario stesso con la sua famiglia, che risiedevano, come sappiamo[187], sul posto, e doveano bastare specie a’ lavori ordinari. La cultura diretta delle terre, sì in Atene che negli altri paesi di Grecia, era molto diffusa[188], e, dove l’ampiezza de’ fondi esigeva un concorso di persone, gli schiavi vi erano certamente adoperati, sia come lavoratori che come fattori di campagna od intendenti, ma alternativamente con operai liberi. Come appare anche da quelle delle commedie d’Aristofane, che hanno per teatro d’azione la vita rusticale, gli schiavi rustici doveano essere in numero limitato e proporzionato al lavoro continuo e durevole, mentre altri lavori, che richiedevano l’applicazione contemporanea di molti lavoratori, ma per breve durata, quali la vendemmia, la raccolta delle olive, la mietitura, erano più facilmente disimpegnati da mercenari, come ce ne fanno testimonianza dati in parte del quinto secolo, in parte del seguente[189]. La stessa attestazione dell’impiego di schiavi altrui, temporaneamente assoldati, fa argomentare il simile impiego di mercenari liberi. Il sistema delle affittanze, che si trova più sviluppato nel secolo IV[190], attesta l’impiego del capitale anche in imprese agricole; ma, ove le corrisponsioni erano tenui, bastava all’esecuzione de’ lavori il fittaiuolo, e, dove l’altezza dell’affitto dimostra che si trattava di fondi estesi, niente obbliga a ritenere che fossero coltivati con l’opera esclusiva o preponderante di schiavi e non con quella di mercenari; tanto più quando si consideri che la grande proprietà, o la grande cultura ha come termine correlativo l’aumento del proletariato agricolo e quindi di una larga categoria di lavoratori mercenari. Questo proletariato era anche naturalmente ingrossato dagli schiavi manomessi, già addetti all’agricoltura; e infatti epigrafi attiche della fine del IV secolo[191] ci conservano traccia di questi liberti agricoltori e vignaiuoli, che, per vivere, doveano locare l’opera loro. È stato pure osservato[192] come quegli antichi coltivatori, che troviamo sulla soglia della storia ateniese (πελάται, ἑκτήμοροι) e che erano qualche cosa di medio tra i mezzadri ed i coloni, scompariscono senza che gli autori antichi assegnino le ragioni del cambiamento. Ora niente, se io non m’inganno, ci dà facoltà di ritenere in forma assoluta che la mezzadria fosse interamente scomparsa e che proprio non ne rimanesse traccia nell’Attica, anche sotto forma meno oppressiva; ma, d’altra parte, si ha tutta la ragione per credere, che quel tipo di cultura, sotto l’azione combinata della sviluppata cultura intensiva, della ricchezza crescente, del primo frazionamento della terra, dovea apparire una forma superata, e quegli antichi coloni, con varia vicenda, si tramutavano in piccoli proprietari, fittaiuoli, mercenari della campagna e, talora, della città.

XI.

La persistenza di una classe di lavoratori liberi, produttori di manufatti, era anche favorita da alcune condizioni, che la sostenevano contro la concorrenza servile e le davano incremento. La soddisfazione sempre più larga de’ bisogni, che avrebbe poi fatto luogo nel IV secolo a qualche cosa che era il lusso e lo rasentava, dava un lento eppur continuo impulso alla tecnica manufattrice, creando una divisione del lavoro sempre maggiore e affinando, migliorando, perfezionando i prodotti; talchè i manufatti domestici cedevano sempre più il campo a quelli compiuti con una tecnica più sviluppata e da speciali artefici, necessariamente più abili. Così, la tintura delle stoffe, di regola, non poteva essere fatta in casa, e ben presto si era convertita in un’arte speciale[193]. La stessa arte tessile, esercitata generalmente da tutte le donne nell’interno della casa, trasformava i suoi telai e migliorava i suoi procedimenti, fabbricando, accanto a’ tessuti usuali, altri più fini e di più complicata orditura[194]. L’arte del conciapelli e quella del lavoratore di cuoio, se ancora, talvolta, si trovavano riunite in una stessa persona, in generale tendevano a distinguersi come due mestieri distinti; e lo stesso lavoro del cuoio, che, già dall’epoca omerica, rappresentava un mestiere speciale, a grado a grado, pur serbando un unico nome (σκυτότομος, σκυτεύς), avea una molteplice applicazione, che non potea essere tutta esercitata da un solo e medesimo artefice[195]. Tra gli stessi lavori d’intreccio, che pure continuavano nella generalità de’ casi ad essere eseguiti da persone non tecniche, la fabbricazione delle corde si costituiva come un mestiere speciale[196].

E questi esempi si potrebbero agevolmente moltiplicare con più visibile effetto, considerando lo sviluppo sempre maggiore della tecnica e la divisione del lavoro sempre crescente nella ceramica, nella lavorazione de’ metalli, nell’arte architettonica, nell’ornamentazione, senza dire delle arti figurative e delle loro svariate applicazioni.

XII.

Questo differenziarsi e specificarsi del lavoro manuale potè limitatamente conciliarsi col lavoro servile nella manifattura; ma, la manifattura, in Atene, per quanto se ne abbiano vari esempi, non dette l’impronta a tutta la produzione, rimase bensì circoscritta ad alcuni rami di essa; e, intanto che la manifattura sorgeva, si formava un ceto di artefici, che doveano sostenere la concorrenza della manifattura, fin che loro riusciva, e, vinti, doveano tendere a divenirne gli operai. Gli schiavi, forniti omai a’ vari mercati, in gran parte, dalla guerra e dalla pirateria, erano reclutati alla rinfusa, e difficilmente aveano l’attitudine e l’esperienza tecnica, che ne rendesse possibile, volta per volta, un utile impiego industriale, adatto al luogo, al tempo, alle condizioni particolari di chi l’acquistava.

E a tutte queste difficoltà se ne aggiungeva un’altra.

Le vendite di schiavi, fatte all’asta, a quanto pare nel 415, in seguito al processo degli Ermocopidi[197], ci mostrano che il loro prezzo, sceso sino a settandue dramme nella vendita di un fanciullo cario, ascendeva a centoquindici e centosettanta dramme per un Trace, a centotrentacinque, centosessantacinque e dugentoventi dramme per una donna tracia, a centoquarantaquattro dramme per uno Scita, a centoventuno per un Illirio, a dugentoquaranta e trecentouno per un Siro. Queste vendite si facevano all’asta, è vero; ma l’asta avea luogo in uno de’ momenti relativamente più favorevoli della guerra del Peloponneso, quando con audaci speranze e confidente iniziativa si tentava l’impresa di Sicilia; e, per giunta, si trattava di schiavi, che non doveano essere de’ peggiori, appartenenti, com’erano, a case delle più benestanti ed anche delle più pretensiose. Si può dunque ritenere di non andare lontano dal vero, fissando per questo periodo a due mine, o ad un prezzo non molto inferiore, il valore venale di schiavi, che, come questi, a quanto si può argomentare dalle epigrafi, non aveano una speciale attitudine tecnica e doveano essere adibiti a servigi domestici. Ma in un giro prossimo di tempo Senofonte facea dire a Socrate: “Havvi un valore degli amici come degli schiavi. E degli schiavi uno vale due mine, un altro neppure la metà di una mina, un altro cinque e un altro dieci mine. Di Nicia figliuolo di Nicerato si dice che abbia comperato per un talento un sopraintendente alle miniere di argento„[198].