Quest’ideale comunista, che, pur così circoscritto, appariva la prima volta, per una ironia della storia, nell’opera di uno scrittore aristocratico e di tendenze conservatrici, dedotto da un puro fondamento di ragione, sorgeva troppo tardi e troppo presto: troppo tardi, rispetto ad alcune più antiche e superate forme di utilizzazione sociale o gentilizia della terra; troppo presto, rispetto a quello svolgimento delle forze produttive, che dovea poi dare all’ideale comunista un sostrato scientifico e pratico al tempo stesso e accennare a farne non una categoria logica, ma una categoria storica; non una semplice forma ideale di miglior reggimento, ma una necessità economica presente ed obbiettiva. Il limitato svolgimento delle forze produttive, mantenendo la produzione nel suo periodo di piccola e diretta produzione, facea sentire a’ Greci antichi il bisogno dell’uguaglianza, cioè della proprietà privata estesa a tutti, non già del comunismo, la cui idea, se anche teoricamente trovasse qualche discepolo, rimaneva politicamente sterile. Così Aristotele poteva agevolmente combatterla mettendola in relazione alle condizioni economiche e a’ sentimenti del tempo; come, in base alla semplicità e alla natura inerte dello strumento tecnico, poteva decretare eterna la schiavitù, nè da Socrate, nè da Platone mai rinnegata e le cui catene venivano ora ribadite dal filosofo di Stagira con un sofisma, che non era se non un abile travestimento e un’ingegnosa fusione della teoria socratica, la quale dava il governo a’ più capaci, e della sofistica, che assoggettava i meno forti a’ più forti.

Ma, mentre queste teorie, figlie del loro tempo, presumevano chiudere la realtà nella cerchia delle personali previsioni o della dotta speculazione; per una evoluzione continua e persistente, di cui si percepivano alcuni fenomeni più salienti e si scorgevano i caratteri esteriori ma non si valutavano le conseguenze non immediate, si preparavano, nell’accumulata ricchezza e nel crescente proletariato, gli elementi, che avrebbero poi eliminata la servitù col sostituirvi il salariato. E — val la pena di notarlo — il comico conservatore, che, forte sul terreno della realtà, derideva l’utopia, vedea, senza volerlo, più lontano degli altri, quando introduceva sulla scena la Povertà per additare in essa la causa delle cause di tutta la vita sociale, la ragione ultima del moto automatico di tutta la vita economica e delle sue molteplici attività[226]. La schiavitù stessa non era che uno de’ tanti suoi effetti[227]: rotta la catena, che avvinceva il servo al padrone, ne sarebbe rimasta ancora, come ripeteranno più tardi un retore[228] e un filosofo stoico[229], un’altra invisibile e perciò più forte e più difficile a spezzarsi, la fame, che in maniera difforme, eppure non sostanzialmente diversa, avrebbe riprodotta, sotto diverso aspetto, la soggezione di una parte del genere umano ad un’altra.

XVI.

In realtà, in tutta la Grecia ed anche in Atene, benchè talvolta sotto forma più larvata, il quarto secolo segna un processo di acceleramento nella formazione di una forte massa proletaria e nella concentrazione della ricchezza.

Il crescere della popolazione e l’aumento del proletariato, anche per l’antichità, costituivano una fonte di legittima preoccupazione e un urgente problema politico e aveano trovato per molto tempo in Grecia il loro sfogo in quel vasto e ardito movimento colonizzatore, che avea per tanta parte contribuito alla grandezza economica e morale della civiltà ellenica. Ma l’espansione coloniale avea trovato anch’essa il suo limite, e, con lo svolgersi più rapido delle energie coloniali e la relativa tendenza all’emancipazione economica e politica, veniva a scemare anche il beneficio indiretto arrecato dalle colonie alla metropoli dopo quello diretto della loro fondazione. Atene, che avea sviluppate le sue interne energie e la sua potenza marittima, quando già altri paesi più precoci l’aveano prevenuta nella espansione coloniale; come, nella rifoggiata tradizione, ne usurpava talvolta il merito, così, nella pratica, ne fu l’occupatrice. Il suo imperio marittimo ascendente è contrassegnato dal corrispondente invio di cleruchie, spedizioni di coloni, che servivano, al tempo stesso, a dare uno sbocco al proletariato ateniese, ad assicurare il dominio della madre patria e a punire alleati defezionati e sudditi ribelli, senza creare comunità autonome, che venissero un giorno in conflitto col paese d’origine, ma seguitassero invece a considerarsi come elementi staccati di questo[230]. La grande catastrofe, in cui avea trovato il suo epilogo la guerra del Peloponneso, avea coinvolto in una ruina gli sforzi del passato e le speranze dell’avvenire; e la difficoltà di collocare fuori patria il proletariato, divenuto più numeroso e più misero in seguito a tutta una serie di disastri, era aggravata dal ritorno de’ cleruchi scacciati. Veramente, dal punto di vista demografico, questi elementi venivano a rinsanguare la popolazione stremata dalla peste e dalla guerra, ma, dal punto di vista economico, le terre, già appartenenti a’ cittadini periti, si erano concentrate ne’ loro successori; e i reduci e i superstiti, che non aveano parte alla proprietà della terra, non poteano che impiegarsi come mercenari, sia ne’ lavori agricoli che in quelli industriali. La pertinacia con la quale Atene, a poca distanza di tempo dalla sua schiacciante sconfitta, tentava di ripristinare la sua fortuna politica e commerciale, e l’invio di cleruchie, che tien dietro ad ogni prospero evento di guerra; ci mostrano anche meglio, quanto urgente fosse il bisogno di trovare un utile impiego ad una parte della sua cittadinanza. Ma le nuove forze politiche entrate nel gioco della politica greca e il loro barcamenarsi per dividere ed imperare, rendevano anche più durevole lo stato di guerra e più malsicuro ogni acquisto; e il rovescio di un momento faceva perdere il vantaggio di molti anni. Così la pace di Antalcida, che ratificava l’autonomia delle città greche, toglieva ad Atene il frutto delle conquiste recenti; e quando, dopo poco meno che un decennio, fu possibile gettare le basi di una nuova confederazione marittima, capace di ridare ad Atene una via di risorgere economicamente e politicamente dal suo abbattimento, in linea preliminare gli Ateniesi dovettero rinunziare “ad acquistare sia a titolo pubblico che a titolo privato case e terre ne’ paesi degli alleati, a comprare, a prendere in ipoteca, sotto pena di vedere confiscato il loro acquisto„[231]. Il campo della loro espansione restava così limitato a’ paesi non alleati, e gli Ateniesi ne profittarono, sempre che poterono, per sopperire a questo loro bisogno avido quanto urgente di terre; ma l’egemonia politica, così disputata e così mutevole in questo quarto secolo, le guerre frequenti e la loro varia fortuna, il sorgere e l’ingrandirsi della potenza macedonica limitavano, contrastavano, rendevano caduchi quegli acquisti[232], che, in ogni modo, non costituivano più, come a’ tempi migliori della potenza ateniese, un largo e sistematico mezzo di scaricare Atene di una parte del suo crescente proletariato. Anzi accadeva talvolta di vederlo improvvisamente ingrossato col ritorno di espulsi cleruchi.

XVII.

Il quarto secolo segna, abbiamo detto, un passo notevole verso quella concentrazione della ricchezza, che va sempre crescendo nelle età posteriori[233]; e da essa rampollava anche quella nuova fioritura di oligarchie, nelle quali uno scrittore[234], non a torto, ha voluto scorgere la causa prevalente, a cui conviene ascrivere la guerra d’Atene con gli alleati e la dissoluzione della lega marittima.

Una simile concentrazione della ricchezza, specie immobiliare, viene di solito negata, o, almeno, messa seriamente in dubbio per Atene[235]. Eppure, se in Atene il precedente frazionamento della proprietà immobiliare e, più che quello, la cultura in parte intensiva e la scarsa produttività del suolo offrivano qualche ostacolo alla concentrazione; d’altra parte, ivi stesso, come e più che altrove, operavano le cause efficienti della concentrazione della ricchezza. Più lenta, forse, e meno completa per ragione dello stesso ambiente fisico, essa è solo dissimulata agli occhi nostri, in parte, dalla mancanza di dati concreti e, in parte, dal carattere industriale dell’economia ateniese, la quale, offrendo un utile impiego di lavoro, rendeva meno sensibile e meno deleterio che altrove il crescere del proletariato.

Ma, per via indiretta, guardando agli stessi caratteri esteriori della vita di quel tempo e aggruppando dati di ordine diverso, si può forse riescire a vedere, anche in Atene, lo stesso fenomeno, o, almeno, una spiegata tendenza a realizzare, fin dove gli agenti di ordine opposto lo consentivano, lo stesso fenomeno.

Una notizia sullo stato della proprietà dopo la caduta de’ trenta ci dice che cinquemila cittadini[236], cioè un quarto almeno della cittadinanza, secondo il calcolo comune, e più di un quarto, se si calcola lo stato a cui la cittadinanza avea dovuto venire dopo la peste e la guerra, erano assolutamente privi di ogni possesso fondiario. Che poi anche nella restante parte della cittadinanza la proprietà fosse assai disugualmente divisa, lo dimostrano i tentativi oligarchici di quel torno di tempo, che, dopo essersi provati a limitare a cinquemila cittadini i diritti di cittadinanza attiva, riescivano, alla fine della guerra, ad una più chiusa e più prepotente oligarchia[237].