Inoltre la notizia, che ci avanza, di fortune familiari, esistenti dalla fine del quinto al declinare del quarto secolo[238], accanto alla menzione non infrequente di patrimoni di tre, quattro e cinque talenti, ci mostra fortune di trenta, quaranta, cinquanta, sessanta, cento talenti. E sono tanto più frequenti ed importanti, quanto più procediamo nel tempo, sino ad arrivare alla fortuna di Difilo[239], che, confiscata sotto Licurgo, avrebbe reso centosessanta talenti, e a quella di Epikrate, cui se ne attribuivano seicento[240]. È vero che in molti casi non sappiamo per quanta parte entrasse in questi patrimoni il possesso fondiario, e, per altri, sappiamo che rappresentavano in gran parte ricchezza mobiliare. Ma non si può fare a meno di osservare che uno de’ più frequenti investimenti della ricchezza mobiliare era il mutuo ipotecario e, in un’epoca di facili rovesci, causati, in mancanza di casi straordinari, dallo stesso più rapido giro degli affari, niente era più facile che il creditore si sostituisse al debitore espropriato, accentrando vari poderi. I discorsi degli oratori ci attestano questa frequenza di mutui ipotecari e ce ne danno un’idea adatta anche le stele ipotecarie superstiti[241], che — fatto molto notevole — cominciano appunto da questo quarto secolo. “Di tutte le stele ipotecarie — si è osservato[242] — neppur una risale alla guerra del Peloponneso. Il numero ne è troppo considerevole oggi, e non si può attribuir ciò al caso della scoverta; onde, senza pretendere che l’ipoteca non sia stata praticata che al quarto secolo, possiamo ammettere che le stele ipotecarie siano riapparse solo a quest’epoca, al momento stesso in cui il sistema delle ipoteche avea il suo completo sviluppo„. Si aggiunga pure che, per quanto, date le varie vicende ed anche le crescenti imposizioni del tempo, la proprietà mobiliare presentasse de’ vantaggi sull’immobiliare, pure il capitale mobiliare dovette essere tratto all’investimento in fondi, quando i cereali, come spesso accadde, crebbero di prezzo[243], e un tale impiego potè apparire proficuo. Il sistema degli affitti, non limitato esclusivamente a’ beni degli enti morali[244], ci attesta anch’esso, con la sostituzione della cultura avente carattere d’intrapresa alla cultura diretta, una nuova fase della proprietà immobiliare.

Finalmente, non mancano nemmeno chiari accenni e dati concreti, che mostrino possedimenti di larga estensione e una concentrazione della proprietà fondiaria. Demostene vi accenna esplicitamente là dove dice che “parecchi possiedono più terra che non tutti voi che siete nel tribunale„[245]; asserzione ripetuta ed ampliata in un’altra orazione[246], di cui vien negata peraltro l’autenticità. Si è osservato[247], che i presenti nel tribunale poteano essere soltanto duecentoun cittadino, ma potevano essere anche assai di più; e, per il concetto approssimativo che possiamo formarci del numero de’ giudicanti ne’ vari casi[248] e per la natura della causa, è lecito ritenere che sieno stati, in quel caso, assai di più. In ogni modo la proporzione di uno a duecento, tanto più se ripetuta, non è fatta per escludere la concentrazione della proprietà.

Gl’inventari de’ fondi, desunti dagli oratori[249], con un valore indicato, che va da duemila dramme a due talenti e mezzo, non valgono nemmeno a fare indurre una grande distribuzione della proprietà fondiaria, quando si consideri che, data la scarsa produttività del suolo dell’Attica, quelle somme, per se stesse non tenui, poteano corrispondere a proprietà non piccole, tanto più, quanto erano più lontane da Atene. Le vendite di terre, per quel che ne sappiamo, ascendono talora a un prezzo alto di tremila e cinquanta dramme, di due talenti e mezzo; tal’altra hanno un prezzo assai tenue, che può valere come indice dell’assorbimento de’ piccoli appezzamenti[250]. La varietà de’ prezzi inoltre dovea dipendere anche dalla maggiore o minore lontananza dal centro; così che, quando, nelle epigrafi della tassa sulle vendite, troviamo venduti a prezzi non rilevanti terre in demi lontani, come quello di Anaflysto verso il capo Sunio e di Kydantide (alle falde del Pentelico?)[251], il basso prezzo non depone, per sè solo e in via assoluta, contro l’estensione. È stato rilevato che “il tratto caratteristico di un paese di grande cultura è la tendenza che hanno i proprietari ad aggruppare i loro beni in uno stesso luogo, in modo da costituirne una sola coltivazione: la sorveglianza ne è più facile e le spese di mano d’opera diminuiscono. Per tutto, all’incontro, ove la proprietà è sparsa, si può affermare arditamente che il suolo è frazionatissimo„[252]. Ma, se io non m’inganno, qui si identificano a torto due cose, che hanno azione reciproca è vero, ma che non sempre si escludono: — la piccola cultura e la concentrazione della proprietà. La scarsa produttività del suolo dell’Attica avea resa necessaria, insieme ad alcune speciali forme di cultura intensiva, la piccola cultura. In paesi di maggiore fecondità e di cultura estensiva, anche senza uscire dalla Grecia, la concentrazione della proprietà avveniva più facilmente ed assumeva la forma del latifondo. A Sparta specialmente, dove ogni podere aveva la sua scorta viva, non di schiavi propriamente detti, ma di addetti alla gleba, d’iloti, era evitata anche la ben nota incompatibilità della coltura de’ cereali con la mano d’opera servile[253], e il latifondo quindi si costituiva facilmente e rapidamente, con una semplice aggregazione di parti: tutta la fatica consisteva nell’ereditare, o nell’anticipare il capitale d’acquisto. In Atene, invece, il frazionamento della proprietà, reso indispensabile dal metodo di cultura e favorito per un certo tempo da’ poteri dello Stato, opponeva un ostacolo gravissimo alla formazione del latifondo ed un ostacolo relativo alla concentrazione della proprietà, ma non un ostacolo insuperabile, specie rispetto alla concentrazione. Dove il terreno era adatto alla cultura di cereali, o boscoso, facilmente si costituiva il latifondo, e ce ne porge esempio il caso di Fenippo, il cui fondo, se ne valuti come si vuole l’estensione[254], dava un prodotto di mille medimni di grano, ottocento metreti di vino e dodici dramme al giorno di legna[255]. Non abbiamo nessuna ragione di ritenere che questo fosse un caso isolato; ed anzi, dove concorrevano identità di condizioni, secondo ogni probabilità, dovea nascerne il medesimo effetto. Il rincaro stabile de’ cereali, spinto spesso durante il quarto secolo a prezzi di carestia, sino al punto da superare notevolmente il prezzo del vino, come appare dalla stessa orazione contro Fenippo[256], dovette sviluppare sino al suo estremo limite la cultura de’ cereali e con essa la possibilità di fondi più estesi. Nell’inventario de’ fondi menzionati dagli oratori attici, i poderi di due talenti[257] e due talenti e mezzo[258] sono ad Eleusi e a Thria, appunto nelle zone dell’Attica produttrici di cereali. Non manca nemmeno il classico desiderio di arrotondare il proprio fondo, la libido agri continuandi: Demostene nell’orazione contro Callicle ce ne dà un esempio[259].

Ma, indipendentemente dalla formazione del latifondo, che non potea costituire il tratto generale della proprietà nell’Attica, la concentrazione avveniva con la riunione di appezzamenti separati e distinti in mano di un solo. L’attestazione di casi simili ricorre specialmente negli oratori[260]: a questa stregua vanno fors’anche intesi i venti talenti di possessioni immobiliari del banchiere Pasione[261].

XVIII.

Un’altra anomalia, che rappresentava l’eccesso opposto della concentrazione, ma che produceva effetti sociali analoghi, avveniva nella proprietà immobiliare dell’Attica con quel frazionamento crescente de’ piccoli lotti, a cui oggi si dà il nome di polverizzazione del suolo. Ce lo attesta, se non direttamente, almeno indirettamente, il censo del cadente secolo quarto; e del resto era conseguenza naturale di un sistema di successione, che, non riconoscendo il diritto di primogenitura[262], ad ogni passaggio di proprietà per causa di morte, spezzettava ancora il già piccolo appezzamento. La legge[263] poi, o, per chi non la ritenga tale, la consuetudine comune di assegnare in contanti la dote alle eredi, se evitava un maggiore smembramento della proprietà, d’altro lato la gravava di debiti, rendendone sempre più difficile la condizione e formandone un inceppo irrimediabile. La piccola proprietà quindi, pur sopravvivendo, era soggetta ad una crisi permanente. Gli stessi rincari, che secondo Demostene arricchivano gli agricoltori, giovavano in realtà a’ grandi proprietarî i quali avevano molti prodotti da vendere, anzi che a’ minuscoli, che, nelle cattive stagioni si caricavano di debiti, e, nelle buone stagioni, sotto il peso della concorrenza, non riescivano a pagarli con l’esiguo raccolto. La piccola proprietà si veniva a trovare così in una condizione somigliante a quella in cui si trova nel tempo nostro, e il cui malessere intimo fu così bene intuito e rilevato dal Marx, prima, e poi da altri, per la Francia del secondo Impero. In quel paese classico della piccola proprietà, secondo un calcolo fatto pel 1815[264], non meno di un milione centounmila quattrocento ventuno persone possedevano un mezzo ettaro di terra a testa. “Ma — diceva il Marx[265] —, nel corso del secolo decimonono l’usuraio delle città ha preso il posto dell’usuraio feudale, l’ipoteca ha sostituito il tributo feudale, il capitale borghese ha surrogata la proprietà fondiaria aristocratica. Il boccone di terra del contadino non è che il pretesto che permette al capitalista di estrarre dalla coltivazione profitti, interesse e rendite: egli lascia al coltivatore la cura di tirarsi d’impaccio da sè per ritrovare il suo salario... La proprietà sminuzzata produce infine una soprapopolazione disoccupata, che non trova posto nè in campagna, nè in città e che, quindi, corre dietro agl’impieghi di Stato, come dietro a una specie di elemosina rispettabile...„.

I frammenti de’ conti della centesima prelevata sulle vendite[266], che partono appunto dalla seconda metà del secolo quarto, ci mostrano le varie vendite che, mentre nel complesso ascendevano ad oltre tredici talenti, a venti talenti e più, a quattro mila ottocento trentasette dramme, comprendevano il piccolo orto di dugento cinquanta dramme, gli appezzamenti di cento, di centosessantadue, di dugento cinquanta dramme; e in un caso — ciò che non è privo di valore per l’indotta concentrazione della proprietà — una stessa persona, Diofanto Sfettio, ci apparisce tre volte successive come acquirente, e in due altri, due altre persone, Mantiteo e Atarbo, acquistano ciascuno due lotti distinti[267].

XIX.

Che se dalla concentrazione della proprietà fondiaria, inceppata o attenuata dalle condizioni speciali dell’Attica, si passa alla concentrazione della fortuna in generale, si trova che tanti dati concorrevano a favorirla.

Tra le altre cose, le imposizioni pubbliche.