Senza voler sostituire ad alcune ipotesi non provate altre più lambiccate ed anche meno giustificate, non si può a meno di riconoscere che il carattere progressivo dell’imposta, sia nella forma concepita dal Rodbertus[268], che in quella più accettata del Böckh[269], poggia semplicemente sopra un’ipotesi. Ma, anche ritenendo nella sua integrità l’ipotesi del Böckh, basta dare un’occhiata al quadro dimostrativo da lui redatto[270], per accorgersi che pure quella progressione era tale da lasciare sempre un margine larghissimo ed una via di accumulazione crescente alle grosse fortune; e l’impedimento, così posto al crescere di queste, era inferiore al peso, che ne dovevano sentire le medie e piccole fortune. Ora, per quanto si sia discordi sulla proporzione dell’imposta, si sa nondimeno che fu prelevata dopo Nausinico con relativa frequenza[271]; e i dispendi ordinari e straordinarî, a cui Atene andò incontro e a cui con l’attenuarsi di ogni introito esterno, in dati momenti[272], dovè provvedere del suo, ce ne possono dare una idea conveniente. E non è arrischiato il credere che, anche quivi, accadesse quello che suol sempre accadere sotto un sistema gravoso d’imposte: che i primi a risentirsene e soccombere fossero appunto i meno ricchi, sia per effetto diretto che per ripercussione.
Che poi i più ricchi finissero per riversare su’ meno ricchi il peso della triarchia, lo dice espressamente Demostene[273]: aggiunge, è vero, che egli con la sua legge metteva riparo a ciò, ma resterebbe a saperne gli effetti pratici.
La locazione della triarchia, anch’essa, costituiva sempre un mezzo di profitto[274].
Perfino quello che nelle contribuzioni sembrava un aggravio fatto a’ più ricchi, l’obbligo di anticipare per poi rivalersi (προεισφορά), diveniva, in mano loro, un mezzo per rifarsi. Ed i rimedî escogitati, come quello radicale dello scambio delle fortune (ἀντίδοσις), approdavano a poco, se era così facilmente aperto l’adito a tutte le frodi, di cui abbiamo esempio[275].
A tutto ciò si aggiungeva un continuo crescere de’ bisogni nella vita di ogni giorno, e abitudini di lusso, che rinnovavano le case[276], gli usi, le fogge, fomentavano la gara della magnificenza e dello sperpero, nella vita privata e nella pubblica, specialmente nelle dispendiose coregie[277], rendendo sempre più grandi e frequenti i debiti, instabili le fortune e continue le loro vicende, e sviluppando, come un termine correlativo, il desiderio del guadagno, il pregio della ricchezza e la brama e i mezzi di arricchire presto. Questi fenomeni, ora esplicitamente accennati negli oratori, ora rivelati da fenomeni che ne costituiscono i sintomi, hanno l’eco più piena nella nuova commedia del secolo quarto, in cui ricorre, ad ogni piè sospinto, magnificata o deplorata, questa oltrepotenza della ricchezza[278], che procaccia considerazione, amici, agi, adulazione e, nell’opinione e nella speranza di chi l’ha, “quasi l’immortalità„. E, di fronte a questa ricchezza che ogni giorno più diviene e si sente una forza, la povertà si presenta come qualche cosa che deprime e fa paura[279].
XX.
Gli effetti morali di questo stato materiale si riflettevano naturalmente su tutta la vita, ripercotendosi alla loro volta e generando un nuovo ordine di conseguenze economiche. Le donne, già diffamate, secondo Aristofane, da Euripide, che pure avea creata l’Alcesti, perdevano sempre più di considerazione, di tanto di quanto guadagnavano di prepotenza, di arroganza, di abitudini lussuose e dissipatrici; e il matrimonio diveniva sempre più una cosa temuta, odiata, spregiata. È vero che abbiamo a fare con frammenti di commedie, ma son frammenti della commedia nuova, dove la vita è rispecchiata da un punto di vista affatto realista; e, in ogni modo, fanno senso la frequenza, con cui ritorna lo stesso motivo, e la qualità delle immagini evocate. Le belve feroci, l’infido mare, la tempesta divengono i soli termini di paragone creduti adatti a dare un concetto adeguato delle donne[280]. Alla catena corta e resistente, se non perpetua, del matrimonio si preferiva sempre più lo svago fuggevole della donna vampiro, quale Menandro la figurava nella sua Taide[281] “ardita e fiorente al tempo stesso, e insinuante di modi, che fa de’ torti, che lascia fuori la porta l’amante, che ha sempre qualche cosa da chiedere, che non ama nessuno e sempre finge di amare„; si preferiva perfino quella profanazione dell’amore, dalla quale Filemone[282] traeva occasione per tributare lodi a Solone, e forse non interamente per ironia, come qualcuno vorrebbe[283]. Se “la povertà è per sè stessa un malanno, quando vi si aggiunge l’amore, i malanni diventano due„[284]; il matrimonio si sfuggiva quindi per non rendere più difficile la propria condizione, e, come accade, anche più che non da’ più poveri, si evitava dalle persone di media condizione, che a gran fatica poteano riescire a mantenere il loro equilibrio e tenevano a non peggiorare il loro stato. Come conseguenza generale ne veniva che auspice, consigliera e regola de’ matrimoni era la dote[285]. Un marito che non andasse a caccia di doti era, anche allora, una cosa degna di essere notata[286]. Ahimè! non si comperavano più ingenuamente le donne per tante paia di buoi, come a’ tempi del buon vecchio Omero; ma si pescavano i mariti con l’esca di tante dramme, e non sempre sonanti e contanti. Lo sborso, o il conteggio, formavano il motivo e il sostrato del matrimonio[287], e finivano poi per rendere il marito soggetto alla moglie[288]. E la frequenza e l’importanza delle doti ne’ matrimoni, a confermare questi detti generali de’ comici, ci vengono attestate dagli oratori e dalle epigrafi. Se una dote di dieci talenti costituiva un caso raro, e una dote di cinque non era frequente[289], non mancavano doti di rilievo: ad Atene le epigrafi[290] ce ne mostrano di un talento e di oltre un talento; perfino nella piccola Mykonos, durante l’epoca macedonica, ricorrono doti di diecimila e di quattordicimila dramme[291], senza parlare del corredo che non soleva essere di poco pregio[292].
Un siffatto carattere delle unioni matrimoniali, da un lato rendendo rare le unioni nella classe media e dall’altro favorendo le nozze de’ più ricchi tra loro, dovea riescire a stremare di numero la classe media, a favorire una continua concentrazione di fortune e a mettere di contro a un numero sempre più ristretto di ricchi un numero più grande di proletari; giacchè questi, per il loro stato stesso e per la possibilità d’impiegare in un lavoro retributivo tutti i membri della famiglia, relativamente non trovavano, anche in quel periodo economico, un inceppo così forte alla propagazione. Anche a Sparta l’abitudine diffusa delle doti e il loro incremento aveano create simili conseguenze.
XXI.
“Se te ne stai inerte, pur essendo ricco, diverrai povero„, dice un frammento di Menandro[293]; e risponde a pieno alle condizioni de’ tempi, in cui l’incertezza degli eventi, la moltiplicità de’ bisogni, la circolazione della ricchezza sempre più vorticosa alimentavano la febbre delle speculazioni e fomentavano lo spirito d’iniziativa, incitando a’ commerci, alle intraprese. Si tentavano nuovi rami d’industria, quanto più, diffondendosi l’industrie usuali, lo smercio de’ prodotti, ne’ mercati esterni, veniva limitato dalla concorrenza anche indigena. Si cercava di acclimatare in Atene, con la importazione delle materie prime, la lavorazione di quegli oggetti di lusso, che corrispondevano ogni giorno più ad un bisogno e che prima erano importati belli e compiuti[294].