Lo stesso svilupparsi dell’industria rendeva indispensabile in parecchi rami di essa un capitale iniziale (ἀφορμή), e, se non in tutte, in più di una il capitale più forte potea assicurarsi una prevalenza, e rendeva più, in proporzione del maggiore suo impiego. Non tutte le industrie e i mestieri comportavano un ampliamento verso la manifattura, ma, dove ciò era possibile, la manifattura sorgeva e si estendeva, abbracciando vari rami di produzione e impiegando sino a centoventi persone[295]. È stato rilevato che la manifattura non era in grado di poter fare una vittoriosa concorrenza agli artigiani isolati, perchè non poteva trarre partito dall’impiego meccanico delle forze naturali[296]. Certamente la manifattura non era l’opificio moderno, ma pure essa era, se non il solo organo, almeno quello più adatto alla produzione di manufatti, che esigessero il concorso di molte persone e un anticipo di capitale di qualche rilievo. In certi altri rami della produzione potea ottenere, con la divisione del lavoro e l’uso di strumenti più adatti, prodotti più perfezionati. “La manifattura — dice il Marx[297] — non potea abbracciare in tutta la sua estensione la produzione sociale, nè trasformarla radicalmente. Essa culminava come una economica opera d’arte sull’ampia base dell’artigianato cittadino e dell’industria casalinga rurale. È ad un più alto grado di sviluppo che la sua angusta base tecnica venne in contrasto con le stesse esigenze della produzione da essa generata„.
Il capitale, che cercava impiego, e la possibilità di raccogliere più facilmente mezzi e forze adatte, favorivano il sistema degli appalti nella esecuzione delle grandi opere pubbliche, come la ricostruzione delle lunghe mura e la costruzione dell’arsenale (σκευοθήκη) ad Atene[298], o il prosciugamento di una palude a Eretria[299], ed altre opere pubbliche a Delo, Tegea, ecc.[300], di cui abbiamo ancora i prospetti di appalto. Tutti fatti e condizioni, che, dando agio di più guadagnare a chi più avea, specialmente in quanto mancavano d’ordinario le restrizioni imposte nell’epigrafe di Tegea[301], concorrevano anch’essi, naturalmente, ad accumulare la ricchezza in una cerchia relativamente ristretta e rendevano sempre più spiegata la disparità delle fortune.
Le intraprese e i commerci aveano, s’intende bene, i loro rischi, ma questi stessi, con le ruine che seminavano, compivano una selezione a rovescio, a danno de’ meno ricchi ed a favore de’ più ricchi.
L’immagine economica e demografica di Atene sul tramontare del secolo quarto ci è data, benchè in maniera non molto particolareggiata ma soltanto a grandi tratti, dalla riforma costituzionale avvenuta per opera di Antipatro nel 322, con la quale si rilevò che su ventunmila cittadini, ben dodicimila non raggiungevano una sostanza di duemila dramme[302]. Quanti di questi dodicimila fossero a dirittura proletari, non ci vien detto; ma, in ogni modo, si può ben ritenere che, anche quando tutta la sostanza non si compendiava nella sola casa di abitazione, occorreva loro ricorrere al lavoro per alimentare se stessi e la famiglia. Il piccolo campo spesso non avea che delusioni per il coltivatore: in Menandro l’agricoltore parla di questo suo campo che, con vero senso di giustizia, gli rende tanto orzo quanto ve ne ha messo[303]; in Filemone, anche peggio, pare che “il campo si voglia vendicare di chi lo raschia e lo fende[304]: per venti medimmi di orzo, non ne riporta neppur tredici; è insomma un vero ladrone„[305]; e l’agricoltore “non vive che di speranza, giacche è sempre ricco, ma sempre per l’anno che verrà„[306].
Il numero de’ liturgi, limitato a milledugento con un possesso superiore a due talenti, e tutti gli altri dati innanzi considerati, che sembrano attestare una concentrazione sempre crescente della ricchezza, inducono a credere che, anche tra i novemila, non pochi toccassero, o superassero appena, una sostanza di duemila dramme, e anche questi erano quindi costretti a chiedere al lavoro la sussistenza. Ed è notevole vedere, in qualche frammento de’ comici, come si andasse facendo strada questo concetto della necessità di lavorare per vivere, che, naturalmente, contribuiva ad eliminare sempre più i pregiudizî sul lavoro manuale. “Cerca di trarre donde che sia la tua sussistenza, pur che non faccia cattive azioni — dice Menandro„[307]. “L’accidia — soggiungeva altrove egli stesso — non alimenta i poveri oziosi„[308]. E Filemone[309]: “O Cleone, smetti le ciarle: se tarderai ad imparare, senza avvedertene, avrai privato di un sostegno la tua vita. Un naufrago non si salverebbe, se, sospinto, non prendesse terra; nè un uomo, divenuto povero, potrebbe assicurarsi l’esistenza, quando non avesse imparata un’arte. — Ma io ho una sostanza. — È presto distrutta. — Fondi, case. — Non ignori le vicende della fortuna, che dall’oggi al domani fa del benestante un mendico. Se alcuno ormeggiò nel porto dell’arte, quegli gettò l’áncora, ponendosi al sicuro; chi non si è fatto esperto in qualche arte, e gli accade di essere travolto dal turbine, non ha modo nella vecchiezza di salvarsi dalla miseria. — Ma vi sono soci, amici, camerati, per Giove, che ti porteranno soccorso. — Prega di non avere a fare esperienza degli amici; se no, ti accorgerai di essere niente altro che un’ombra„.
E occasione di lavoro non poteva mancare, sia per la ripresa della costruzione di opere pubbliche sotto Licurgo, sia per la moltiplicità de’ bisogni ordinari e di lusso sempre più sviluppati in Atene.
XXII.
Ma in quali condizioni, intanto, si trovava il lavoro servile, e quale era la sua azione e la sua funzione rispetto al lavoro libero?
Un censo fatto, come vorrebbe un frammento di Ctesicle[310], da Demetrio il Falereo, in anno, che non si può con sicurezza determinare per la lacuna del testo ma che si tende a fissare nel 309[311], ci rivelerebbe l’esistenza nell’Attica di quattrocentomila schiavi; una cifra che si può dire enorme, solo che la si riferisca al numero de’ cittadini (21.000) ed a quello de’ metèci (10.000), od all’area dell’Attica e alla presente sua popolazione[312]. E, in verità, quel dato inspirò così poca confidenza, che, comunque abbia trovato nel Böckh[313] un difensore ed abbia ancor oggi chi gli presta fede[314], nondimeno, da David Hume in poi, è stato revocato in dubbio e scalzato continuamente; e non pare proprio più possibile ritenerlo, specialmente dopo la scoperta de’ conti del tributo ad Eleusi[315], che ha tolto il fondamento ad altri conti sulla produzione de’ cereali dell’Attica. Si è cercato allora di giungere per via indiretta, emendando testi e calcolando la produzione, l’importazione e il consumo de’ cereali, a determinare il vero numero degli schiavi alla fine del IV secolo; ma il fatto stesso che questo numero si è potuto fare ascendere a centoventimila[316], a centottantotto, o dugentremila[317] e a centomila circa[318], mostra che, nell’affermare e ricostruire, si è ben lungi dall’aver raggiunto il risultamento ottenuto nel negare e demolire.
Io cerco dimostrare altrove[319] come questi dati, non solo mancano di ogni criterio di certezza, ma eziandio di una base positiva, e rientrano “in quella statistica congetturale, che, per dirlo con l’Engel, serve a sviare ed è peggiore della mancanza di statistica„[320].